mercoledì 7 novembre 2018

D - Dotti Carlo Francesco

"Fu l'architetto che progettò il Santuario della Beata Vergine di San Luca, costruito sia col lavoro volontario sia con il denaro dei cittadini bolognesi".
I cantieri e l'architettura li aveva respirati fin da bambino, in famiglia. Infatti, il padre di Carlo  Francesco Dotti (1670-1759) era architetto e indirizzò il figlio a questa attività. Per i bolognesi il nome di Carlo Francesco Dotti è legato a uno dei monumenti più amati, il Santuario della Beata Vergine di San Luca.
Nato in una frazione di Como, Dotti visse la sua vita professionale a Bologna, dove abitò in via del Pratello assieme alla moglie Caterina Tartarini, che gli diede tre figli: di essi, due seguirono le orme paterne, Giovanni Giacomo e Giovanni Paolo. La prima opera significativa di Dotti fu la costruzione dell'Arco del Meloncello: un'opera importante per congiungere la parte del portico di San Luca proveniente da porta Saragozza con quello che sale verso il Santuario. Prima fu costruito il ponte che permetteva il transito di carri e carrozze, poi la parte superiore, cioè il monumentale arco. Il tutto fu costruito con denaro derivane da generosi lasciti e forse per questo motivo dall'approvazione del progetto (1719) alla fine dei lavori (1732) trascorse un lungo lasso di tempo.
Dopo il Meloncello, Dotti si cimentò nel lavoro più importante e prestigioso, il progetto e la costruzione del Santuario della Madonna di San Luca, affidatogli nel 1722.
L'anno successivo fu posta la prima pietra per la costruzione del Santuario, finanziato dalla generosità dei bolognesi, proprio come il portico.
Nel 1742 fu ultimata la costruzione della grandiosa cupola, mentre nel 1757 i lavori si conclusero col completamento della facciata e con la pavimentazione. Dotti non ebbe la possibilità di assistere alla consacrazione del Santuario, che avvenne nel 1765, poichè morì il 3 giugno 1759.
Ma il Santuario  di San Luca non fu certo l'unica opera del Doti: a lui si deve la ristrutturazione della Basilica di San Domenico. Questi prestigiosi lavori gli valsero la nomina di "architetto del Senato bolognese", incarico che comportò numerosi lavori pubblici e opere di manutenzione del patrimonio comunale. Intervenne su palazzo Davia Bargellini progettando lo scalone Al Dotti si deve anche l'altare di S. Ivo in San Petronio, nella terza cappella della navata sinistra. Fu attivo anche in alcuni comuni della Provincia.
Carlo Francesco Dotti fu il miglior architetto del Settecento assieme ad Alfonso Toreggiani.
Alui è stata dedcata una laterale di via Saragozza, a qualche centinaio di metri dall'inizio della salita che porta al Santuario della Madonna di San Luca.

lunedì 5 novembre 2018

C - caffè

"Dalla seconda metà del Settecento, i caffè furono luoghi di incontro degli uomini del Risorgimento, poi videro la presenza di intellettuali e artisti. Soppiantarono le osterie (ma non il vino!)".
Per molti secoli, le osterie, con le loro curiose insegne, furono punti di riferimento per tanti cittadini. A partire dal XIX secolo sono apparsi i
Caffè, che hanno accompagnato un secolo ricco di trasformazioni sociali, di slanci innovativi, del fervore di nuovi movimenti politici e culturali.
Il primo Caffè citato in una cronaca della seconda metà del Settecento è il Caffè degli Stelloni, all'angolo fra via Indipendenza e Via Rizzoli: fu proprio questo locale che si riunirono Luigi Zamboni, Giovanni Battista De Rolandis e pochi altri per organizzare una generosa ma improbabile rivolta tesa a rovesciare il governo pontificio. L'insurrezione si risolse in una azione dimostrativa che peraltro costò la vita ai due protagonisti.
Altri Caffè, durante il governo papalino-austriaco, ebbero fama di "covi" risorgimentali: fra questi, il Caffè Apollo in via S.Stefano (oggi vi è il Ristorante Cesarina) e il Caffè della Fenice, che aveva una saletta riservata dove si riunivano Minghetti, Aglebert, Gioacchino Pepoli e altri, e aveva un'uscita segreta in caso di irruzione della polizia. Ha fatto storia anche il Caffè dei Grigioni: come riferiscono tutte le cronache della giornata dell'8 agosto 1848, lì sarebbe scoppiata la scintilla della rivolta dei bolognesi contro gli austriaci. Questo locale si trovava sotto il portico della Gabella (via Ugo Bassi). Era uno dei locali preferiti da Giosuè Carducci, che amava ripetere come fosse stato frequentato anche da Ugo Foscolo e da Vincenzo Monti. Un altro caffè che si caratterizzò politicamente fu il Caffè San Pietro, all'angolo di via Indipendenza con via Altabella, aperto giorno e notte: fu un punto di riferimento per i risorgimentali liberali e antipapalini. Poi divenne luogo d'incontro di intellettuali, come Alfredo Oriani, Riccardo Bacchelli, Giorgio Morandi, Giuseppe Raimondi.
Il Caffè delle Scienze, in via Farini, 24, angolo Castiglione, era raffinato ed elegante, una meta imprescindibile per il mondo culturale e intellettuale (Alfredo Oriani, Olindo Guerrini, Corrado Ricci, Alfonso Rubbiani, Alfredo Testoni, Cesare Albicini), così come il Caffè dei Servi in Strada Maggiore.
Oltre ai Caffè vicini ai teatri, frequentati dal mondo dello spettacolo, non si possono dimenticare, fra i tanti, il Bar Vittorio Emanuele, in piazza Maggiore, il Bar Venezuela in via S.Vitale all'angolo con via Zamboni, in elegante stile liberty, Il Bar dei Notai, il Caffè del Pavaglione in piazza Galvani, 4, il preferito da Giosuè Carducci.

B - Baraccano

"Il Conservatorio ospitò migliaia di fanciulle che tessevano e ricamavano per formarsi la dote. La chiesa è la più nota e amata delle 12 sorte accanto alle mura".
La chiesa della Madonna del Baraccano fu la prima delle 12 chiese costruite a ridosso delle mura di Bologna (e tutte dedicate alla Madonna) ed è una delle poche superstiti: come tutte le altre chiese, fu edificata dove era presente un'immagine mariana che il popolo riteneva miracolosa. In un primo tempo l'immagine era protetta da una semplice cappella ed in seguito si costruiva una chiesa. Così accadde anche per la Madonna del Baraccano: nel 1512 un miracolo attribuito a questa Madonna fece decidere la costruzione della chiesa con portico antistante. Nel 1682 fu aggiunta la maestosa cupola La denominazione "Baraccano" significa contrafforte e deriva dalla posizione a ridosso delle mura.
Questa chiesa, che si sviluppa in lunghezza ma di scarsa  profondità, conserva il dipinto della Madonna, opera di Lippo di Dalmasio ritoccata da Francesco del Cossa per volontà di Giovanni II Bentivoglio.
Una tradizione ha attribuito alla Madonna del Baraccano il titolo di Madonna della Pace: per questo, dopo la cerimonia nuziale, gli sposi si recavano in questa chiesa " a prendere la pace". Ma col termine Baraccano si indica anche l'edificio che ha ospitato fino al 1969 un famoso Conservatorio che aveva lo scopo di "conservare" l'onore e la purezza delle fanciulle; l'edificio  originariamente ebbe la funzione di ospedale per pellegrini; solo nel 1491 fu ampliato per volontà di Giovanni II Bentivoglio (su alcune colonne del portico resta il simbolo del Bentivoglio) e, alcuni anni dopo, completato dal magnifico voltone
Il Conservatorio del Baraccano fu fondato nel 1528 allo scopo di accogliere fanciulle di bell'aspetto ma provenienti da famiglie povere, non in grado di "dotare" la figlia; di età fra i 10 e 12 anni, sane, senza difetti fisici, graziose, queste fanciulle per "guadagnarsi" la dote svolgevano alcuni lavori, come la tessitura della seta, il ricamo, la confezione di indumenti. Ciò che guadagnavano veniva accantonato Il Conservatorio del Baraccano era un'istituzione laica, amministrata da personalità del mondo economico: per finalità e funzionamento è da considerare un vero e proprio istituto di previdenza.  Ospitava 40-70 fanciulle per non più di sette anni trascorsi i quali la ragazza o prendeva i voti o si sposava. Il futuro marito doveva essere bolognese, di buona famiglia e con un mestiere sicuro. Se con la dote la coppia acquistava un appartamento, questo doveva essere intestato alla donna e al Baraccano: ciò per togliere ogni illusione ai "cacciatori di dote".

A- Acque

Il Resto del Carlino, quotidiano bolognese, ha ripreso una pubblicazione che aveva fatto anche in passato, sempre curata dal Dottor Marco Poli: l'alfabeto di Bologna. Un'opera che, a mio parere, è semplicemente fantastica.
Implemento quindi quanto già pubblicato fino ad ora. Si riparte con la lettera A di acque.
 "Con quasi 70 chilometri di canalizzazioni di superficie o sotterranee, una cinquantina di ponti, Bologna divenne la città europea più ricca di infrastrutture idrauliche".
Quando la città era delimitata dalle mura del Mille, Bologna poteva contare su un solo corso d'acqua naturale, il torrente Aposa.
Nell'arco di mezzo secolo, a partire dal 1176, Bologna accolse le acque del Savena e del Reno attraverso la realizzazione di chiuse che deviarono le acque verso la città: da San Rufillo, quelle del Savena, da Casalecchio, quelle del Reno.
Queste acque inizialmente servirono a muovere le ruote dei mulini da grano, a riempire i fossati delle mura, ad abbeverare gli animali, a irrigare gli orti, a lavare i panni e per altri usi domestici, ad alimentare i vivai dei pesci, a rendere più igienica la città.
La consapevolezza che l'acqua potesse fornire energia portò ad un suo utilizzo per varie lavorazioni; ma la svolta principale avvenne nel 1341, quando un immigrato da Lucca, Bolognino del fu Borghesano, impiantò il primo telaio meccanico da seta.
Nei due secoli successivi, con  la costruzione dei condotti sotterranei, l'acqua fu portata nelle cantine e la sua energia fu sfruttata per varie lavorazioni, fu costruito il Navile per il trasporto di merci e persone, fu realizzato il porto. Insomma, un vero e proprio sistema "integrato": dall'arrivo della materia prima, alla produzione di prodotti, al loro commercio e al loro trasporto.
Con quasi 70 chilometri di canalizzazioni di superficie o sotterranee, una cinquantina di ponti, Bologna divenne la città europea più ricca di infrastutture idrauliche con la maggiore concentrazione produttiva all'interno delle mura: alla fine del Seicento, erano attivi 130 opifici e 400 ruote che davano lavoro a oltre 20.000 persone.
A partire dall'Ottocento il grande sistema delle acque fu gradualmente abbandonato: i canali (di Reno e del Savena) furono coperti, i condotti sotterranei furono utilizzati come fognature e il porto rimase inutilizzato. Rimase attivo il canale Navile per il trasporto di merci e persone. Le ultime coperture furono attuate negli anni '50 del Novecento e culminarono con la tombatura del Canale di Reno in via Riva Reno.
La "Bologna delle acque" è ancora nel cuore di molti cittadini, ma troppo spesso si dà di quell'immagine pittoresca, la stessa che si osserva guardando dalla famosa finestrella di via Piella. Forse per questo c'è chi auspica una parziale riapertura dei canali, soprattutto del canale di Reno. Ma la "Bologna delle acque" non voleva essere "pittoresca", bensì creare quel magnifico sistema idraulico per dare pane e lavoro a migliaia di cittadini.

martedì 7 agosto 2018

Pianaccio - Parte 2


Una delle prime escursioni che ho fatto è stato visitare questo mulino per castagne che è ancora in ottime condizioni. Affascinante!
Riporto quanto narra la Pro Loco:
- Fino a qualche decennio fa, la castagna era "il rimedio più usato contro la fame" senza richiedere grosse cure e impegno per la sua coltivazione. Il saporito frutto, protetto dal riccio, veniva usato in mille maniere: lessato, arrostito, seccato, macinato e ridotto in farina che, pressata in enorme casse conservato all'interno delle cucine, doveva servire per tutto l'anno.
Il raccolto avveniva dopo una lunga, faticosa ed accurata pulizia del bosco.
La pesatura era fatta con unità di misura particolari:

 el panero                         (circa 12 kg)
el bgoncio (3 paneri)      (circa 36 kg)
                    la corba (6 bgonci)        (poco più di due quintali)
Le castagne erano poi messe nel casone sopra il gradiccio, sotto al quale veniva fatto fuoco, in continuazione, per 20 - 25 giorni. Da 3 kg di castagne fresche, si otteneva 1 kg. di castagne secche.
Una volta essicate, usando bigoncio

stanga e vassora (attrezzo in legno dove venivano riposte le castagne pulite  della prima scorza e venivano lanciate ripetutamente in alto  per ore, dalle donne, finchè queste non risultassero
pulite)
(esterno vassora)

 
(interno vassora)

si pulivano dall'olva (scorza). Erano così pronte per essere portate al mulino. La macinatura non veniva mai pagata in denaro, ma, per ogni quintale di farina, il mugnaio teneva per se la molenda (4 kg di farina).
Il mulino, anello fondamentale del ciclo delle castagne, presente in quasi tutti i nostri paesi, è composto dalle seguenti parti:
- bottaccio ed un tramezzo (chiusa), per convogliare e regolare l'acqua del fiume indipendente-mente dalla sua portata
- una tramoggia nella quale vengono versate le castagne secche
- la bocchetta, fatta oscillare da una massa di legno, detta battella, che striscia sulla macina. La regolazione della bocchetta è regolata con la grana (volantino)


Questo sistema fa cadere gradualmente le castagne nell'occhio di macina.
Due macine normalmente in sasso, quella inferiore ferma e quella superiore rotante con un regolatore di spazio fra le due, per ottenere una farina più o meno fina
Un palmento, la cassa nella quale si accumula farina
un paranco, per sollevare la macina e pulirla con appositi attrezzi quando le castagne non secche (lenton) la impastano

l'albero per il movimento, attraversa la macina inferiore, ed è fissato a quella superiore in un'apertura detta "occhio della macina"
la stanga per attaccare gli ingranaggi della ruota a quelli della macina per metterla in rotazione. 
Questi ingranaggi, oggi in ferro, una volta erano realizzati con pioli di legno conficcati sui tamburi
una manovella per aprire il flusso dell'acqua e convogliarlo sulla ruota
la ruota a pale o a cassette, vero e proprio motore del mulino.
La macina non doveva girare troppo lentamente, perchè si aveva uno scarso rendimento del mulino, ma neppure troppo velocemente pena la rottura degli ingranaggi per gli sforzi in gioco.


Pianaccio (Lizzano in Belvedere) - parte 1

Domenica siamo stati invitati da amici a casa loro a Pianaccio. Un bellissimo posto poco conosciuto, tranquillo pittoresco. Il paese natio di Enzo Biagi, 30 residenti, sembra di essere fuori dal mondo, cicale che cantano e il rumore dell'acqua che scorre fanno da cornice ad uno splendido scenario.
La frazione o località di Pianaccio dista 3,31 chilometri dal medesimo comune di Lizzano in Belvedere di cui essa fa parte, e sorge a 755 metri sul livello del mare.
Ho avuto modo di visitare, oltre al bosco, delle realtà a me totalmente sconosciute che mi hanno affascinato. Riporto, per iniziare, quanto trovato in rete (Davanti al camino) per aiutarmi a raccontare questo luogo ameno.





"Quassù non ci si arriva per caso. Anzi, occorre una certa  determinazione  nel percorrere i pochi, tortuosi,  chilometri che separano dal fondovalle. Però, come ogni cosa difficile da raggiungere,  giunti a Pianaccio lo spettacolo è davvero unico. Migliaia  di alberi, castagni, carpini, roverelle e più in alto aceri,  faggi e chissà quali altre essenze, che formano una foresta all’apparenza  impenetrabile dalla quale emergono improvvise le prime case del paese. Come abbiamo fatto a costruirle quassù, nei pochi metri disponibili fra un dirupo e un altro è un mistero. Un gioco di equilibrio fra uomo e natura che qui sono inscindibili: l’una ha forgiato l’altro e ne è stata modificata. Con il bosco ha dovuto fare i conti Pianaccio infatti la storia di tutti i pianaccesi sia in senso positivo, da esso  ricavavano le castagne essenziali per sopravvivere ed il poco lavoro che esisteva in zona, sia negativo perché quell’ambiente così aspro e ostile ne ha condizionato per sempre  la vita ed il carattere. Gente dura, un po’ ribelle, costretta per campare  a trasferirsi per parecchi mesi l’anno nelle pianure in cerca di lavoro. Una separazione forzata che, come reazione, ha generato in loro un senso di fiera appartenenza difficilmente riscontrabile in altre zone come ebbe a rilevare già nel 1851 Luigi Ruggeri nella sua descrizione delle chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna:   “… l’amore del luogo  natìo ha posto nel loro petto così profonde radici, che queste balze, queste selve e queste acque cadenti sono ad essi più care che non le splendide città” . 
La prima domanda che ci si pone  arrivando quassù  è perché  i primi abitanti  avessero scelto un luogo cosi difficile per vivere, dove “La natura sembra avere riunito nella gola di Sela quanto essa può crear di più grandioso, di più selvaggio e di più terribile” (Ruggeri, 1851). Purtroppo non ci sono risposte razionali  se non il fatto che proprio questi luoghi oggi così impervi  rappresentavano un tempo un  rifugio per chi doveva in qualche modo proteggersi o nascondersi. Nato probabilmente  verso la metà del Seicento (a questo periodo  risalgono infatti i primi documenti noti), per lungo tempo Pianaccio fece parte del comune di Monte Acuto delle Alpi anche se i suoi abitanti mal digerivano questa situazione, in particolare la dipendenza dalla chiesa di San Niccolò dove erano costretti a recarsi la domenica per assistere alle funzioni religiose. Un aspetto che oggi può fare sorridere  ma che all’epoca  rappresentava un segno di sottomissione difficile da accettare per i fieri pianaccesi. Così nel 1736, grazie all’aiuto di un sacerdote,  don Giovanni Nanni, eressero un piccolo oratorio dedicato ai Santi Giacomo ed Anna e lo dotarono del denaro sufficiente per il mantenimento di un cappellano. Morto don Giovanni  gli abitanti di Monte Acuto chiesero ed ottennero che l’oratorio fosse declassato a “beneficio semplice”,  cioè senza sacerdote, con l’obbligo di sole dodici messe l’anno.  Ne nacque un contenzioso durato  anni   che portò gli abitanti di Pianaccio a ricorrere addirittura al Papa risoltosi grazie all’aiuto di un altro sacerdote, don Marco Biagi, che ottenere di nuovo il diritto alla messa festiva. Non contenti, a scanso di equivoci,  aumentarono la rendita parrocchiale ed ottennero che la chiesa fosse  dichiarata prima sussidiale e poi, nel 1830, “parrocchia libera, indipendente, con fonte battesimale”.  
Dal centro del paese partono numerosi sentieri che consentono di visitare il territorio del Parco regionale del Corno alle Scale mentre, seguendo la strada asfaltata, è possibile raggiunge la località Segavecchia il cui  nome fa pensare all’esistenza di un luogo per la lavorazione del legname. Ma se la presenza quassù di una segheria è facile da immaginare, l’aggettivo vecchia appare invece del tutto ingiustificato. Esiste però un’altra ipotesi: collegare questo  termine ad un antico rito di mezza Quaresima. Era uso infatti in molte zone dell’Appennino e probabilmente anche a Pianaccio, interrompere per un giorno il periodo penitenziale bruciando, a volte anche segando, un fantoccio raffigurante una vecchia decrepita che rappresentava la Quaresima. Una parentesi di spensieratezza d’origine pagana, proprio per questo osteggiata duramente dalla chiesa, da cui l’ipotesi della  possibile derivazione del nome Segavecchia, cioè un luogo distante dal paese, al riparo quindi da qualsiasi controllo, dove anticamente gli abitanti del paese si ritrovavano in gran segreto per rinnovare l’antico rito quaresimale di segare la vecchia.
L’orgoglioso attaccamento che hanno i pianaccesi verso le loro tradizioni li porta ancora oggi ad essere l’unico luogo della zona dove è possibile assistere all’antico  rito della “castgnadura”. Dai primi giorni di ottobre i boschi che circondano il paese cominciano ad animarsi: è il tempo della raccolta delle castagne, le donne (soprattutto)  munite di tracolla (carnero) con le mani abili e velocissime cominciavano la raccolta dei frutti. Un’operazione che si protrae per diversi giorni, mai però oltre i Santi  quando per antica usanza arrivava il tempo dei “ruspadori”,  cioè dei paesani che non  possedevano  castagneti. In fondo il bosco ed i suoi frutti erano un patrimonio di tutti e tutti, anche i più poveri, dovevano avere la possibilità di sfamarsi.  Terminata la raccolta si trasportavano le castagne al “casone”, l’essiccatoio,  un fabbricato di modeste dimensioni  dotato di due sole aperture: una  piccola in alto che serviva per far entrare le castagne ed una al piano terreno per fare fuoco.  Un fuoco lento, ininterrotto per quaranta giorni, che doveva bruciare senza fiamma in modo che al graticcio  arrivasse solo il calore.  Ogni tanto poi bisognava girare le castagne, prima si accatastavano ai quattro lati e si cominciavano a stenderle di nuovo  seguendo con cura l’ordine inverso. Trascorso il lungo periodo di attesa nel corso del quale le castagne venivano sorvegliate con cura quasi ininterrottamente, si passava alla fase della pulizia della buccia, prima dentro un bigoncio battendole con una grossa stanga di legno e poi,  liberate definitivamente dalle ultime impurità, con la “vassora” facendole roteare ritmicamente in aria. L’ultimo passaggio era al mulino che trasformava  la fatica di oltre due mesi di lavoro nella  farina. 

martedì 31 luglio 2018

Fazzoletti di asparagi e brie

Questi fazzoletti li ho mangiati per la prima volta da mia cognata, li ho subito rifatti perchè in casa mia ne sono rimasti innamorati. Le dosi sono ad occhio e a piacimento, la quantità della panna liquida per la salsa è sicuramente abbondante.

Fazzoletti di asparagi e brie

Ingredienti

asparagi
scalogno
brie
burro
sale
pepe
1/2 l panna liquida
1/4 panna da cucina
parmigiano
una bustina zafferano
porro

Tagliare gli asparagi a pezzetti. Fare soffriggere abbondante scalogno nel burro, saltare gli asparagi in padella insieme allo scalogno, aggiungere un poco di acqua per cuocere, salare pepare.
Preparare le crepes. Mettere al centro di ogni crespella asparagi, scalogno e una fettina di formaggio brie (o altro) chiudere a sacchetto legandoli con delle striscioline di porro. Mettere in forno per 15 minuti a 180° con sopra qualche fiocchetto di burro.
Preparare la crema: unire la panna da cucina, la panna liquida, lo zafferano e mettere su un fornello. Portare quasi a bollore. Unire abbondante parmigiano o grana. Spegnere.
Mettere sul fondo del piatto la crema poi la crespella e sopra un poco di crema e qualche pezzetto di asparagi tenuto da parte. Servire.

lunedì 30 luglio 2018

Pinza bolognese

La pinza bolognese è un dolce che proviene dalla tradizione contadina bolognese, che si preparava generalmente durante le festività natalizie, anche se ormai viene consumata tutto l'anno. La sua ricetta appare per la prima volta nel 1644 all'interno del volume L'economia del cittadino in villa di Vincenzo Tanara.
Il nome deriva molto probabilmente dalla sua forma, poiché si presenta come un rotolo di pasta dura che stringe al suo interno della mostarda bolognese.
Io l'adoro. Ogni famiglia ha la sua ricetta, si tratta in pratica di pasta da crostata che anzichè venire stesa e riempita si stende e si spalma la mostarda poi viene arrotolata, meglio se ci si aiuta con uno strofinaccio. Per me è uno dei dolci migliori che si possano mangiare. Riporto la ricetta di casa di mio cognato.

Pinza Bonazzi

Ingredienti

1 kg farina (ne vengono 4-5)
2 hg margarina
4 uova
4,5 hg zucchero
1 pizzico sale
scorza di limone
dose per dolci da un chilo

Infornare a 180 ° per 40 minuti. Con un rosso e un poco di zucchero spennellare.

Canestrelli di Alda Muratore

Come si è capito, mi era venuta voglia di biscottare. Questa è una vecchia ricetta di Alda, chi ha avuto la fortuna di conoscerla sa già come possono essere: fantastici.
Più che un biscotto, risulta più una frolla da pasticceria secca. Squisiti! Riporto esattamente come scritto da lei.

Canestrelli

Ingredienti

270 gr burro
100 gr zucchero
1 tuorlo d'uovo
300 gr farina

Lavorare la margarina ammorbidita con lo zucchero e il tuorlo di uovo. Unire poi la farina. Il tutto senza acqua nè latte. Stendere l'impasto fino ad ottenere una sfoglia di 1 cm.
Ritagliare i canestrelli con uno stampino a fiore e fare un buchino al centro. Spennellare con l'albume avanzato.
Mettere in forno a 150° per 20/30  minuti.
Servire spolverizzati di abbondante zucchero al velo.

Paste della nonna Ida

Questi biscotti sono poesia...mi riportano a quando fidanzata, il sabato pomeriggio capitavo a casa da mio marito. La nonna Ida, in cucina, di fianco alla stufa bianca a legna, con la sua ciotola, prendeva una quantità di pasta fra due cucchiai, li intingeva nel misto per dolci prima, poi nello zucchero a velo e via, sulla teglia pronti per essere infornati. Era ormai un gesto meccanico, credo che se li avessi pesati, sarebbero stati tutti perfettamente uguali. Queste erano le paste che si offrivano dopo pasto, ottime servite anche con il vino. Non passava settimana che non si facessero, era un rituale. Che nostalgia! Ho voluto rifarli, non li faccio spesso per mancanza di tempo e di sicuro, sono meno brava di lei.

Paste 

Ingredienti

400 gr farina
3 uova
100 gr fecola di patate
lievito da dolci per mezzo chilo
1 etto burro
1/2 etto zucchero vanigliato
2 etti zucchero
1 limone grattugiato
misto per dolci
zucchero a velo

Prima lavorare i rossi, il burro, lo zucchero, la vaniglia; poi aggiungere la farina, i bianchi precedentemente montati, il limone e per ultimo il lievito. Prima di disporre il tutto in una latta intingere i biscotti nel misto per dolci, poi passarli nello zucchero a velo. Cuocere per 15 minuti circa.

Biscotti leggeri Simili


Io adoro questi biscotti: non sono troppo dolci, si inzuppano che sono una meraviglia. Hanno solo una controindicazione: quando inizio a tocciarli nel latte non finisco più.
Le Sorelle Simili sono molto di più di una garanzia!

Biscotti leggeri

Ingredienti

500 gr farina
150 gr zucchero
100 gr burro a temperatura ambiente
15 gr bicarbonato d'ammonio
2 uova
1 tuorlo
2 cucchiai latte
un pizzico di sale
chiara d'uovo
zucchero

Fare la fontana, mettere al centro lo zucchero, le uova, il tuorlo e il burro, amalgamare poi unite il bicarbonato d'ammonio stemperato nel latte e un pizzico di sale. L'impasto deve essere un poco sostenuto. Tirare delle sfoglie quadrate o rettangolari di circa 3 mm, pennellare con la chiara e spolverate con poco di zucchero, tagliate a quadrati non troppo grandi. Cuocere in forno a 180° per 15-20 minuti: è meglio cuocerli senza carta forno.
Io li conservo in vasi di vetro

mercoledì 11 luglio 2018

Personaggi nei modi di dire

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Parlando con mia mamma di sartoria, per una gonna di mia figlia, mi sono accorta che utilizziamo dei paragoni a dei personaggi che ormai risultano sconosciuti. Infatti, mia figlia, mi ha chiesto chi sono? ho pensato così di riproporli, in modo che non vadano totalmente dimenticati.

Sor Pampurio

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Trattasi di un personaggio dei fumetti ideato nel 1925 da Carlo Bisi e pubblicato per la prima volta sul n. 17 del Corriere dei Piccoli dell'aprile 1929. Il disegnatore continuò ininterrottamente a illustrare le sue storie sino al numero 45 del 1944, per riprenderla poi saltuariamente nel dopoguerra sempre per il Corrierino sino al numero 4 del 1978.
Le sue storie - il testo appariva al fondo delle tavole ed era espresso in rima baciata, non essendo ancora state adottate all'epoca le nuvolette - iniziavano con la cantilena che recitava:
« Sor Pampurio arcicontento del suo nuovo appartamento »
in ragione del fatto che il protagonista, per un motivo o per l'altro, cambiava di continuo abitazione.
Con questo fumetto, Bisi lasciò lo stile dell'Art Nouveau per adottare quello dell'Art Déco, che si fa più evidente ancora nel tratto molto geometrico delle ambientazioni domestiche.
Figurina stralunata, carattere maschilista ante litteram, era raffigurato con un volto ovale incorniciato da pizzetto, praticamente calvo ma con due grosse matasse di capelli arricciati sopra le orecchie. L'abbigliamento era costituito da una vistosa cravatta a farfalla e da una palandrana che indossava sopra larghi calzoni. Ai piedi calzava scarpe con la punta all'insù. In testa portava una sorta di tuba.
Nonostante l'abbigliamento clownesco, il personaggio impersonava il classico cittadino borghese appartenente al ceto medio alle prese con i problemi quotidiani e con le grane che gli venivano dalla famiglia (segnatamente la moglie Pampuria e il figlioletto anch'egli calvo ma con un buffo ricciolino al centro della testa; ma anche dalla domestica, appellata senza mezzi termini servetta, e verso cui si appuntavano spesso i suoi strali).
Il Sor Pampurio - sulla carta arcicontento - a dispetto dello stereotipo che impersonava rappresentava in realtà un individuo piuttosto irascibile e scostante oltre che suscettibile (tanto che poteva diventare in breve arci-scontento): soffriva sostanzialmente delle alienazioni che sarebbero diventate poi, molti decenni dopo, una costante della civiltà post-industriale: l'avversione per il rumore e la confusione, per l'inquinamento, per i disagi e gli stress della vita moderna. Non potevano non essere toccati dei tòpos della convivenza domestica come il sopraggiungere della suocera, il pianto d'un infante, il rumore provocato da vicini di casa chiassosi.
In ragione di queste attitudini, il Sor Pampurio – sempre stritolato fra tragicomiche avventure domestiche e puerili accadimenti quotidiani – era spesso costretto a cambiare appartamento (tanto che il nome è diventato sinonimo di qualcuno costretto continuamente a spostarsi di residenza).

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Bagonghi o nano Bagonghi è un desueto pseudonimo usato per definire i nani che lavorano nei circhi, nelle fiere e nei baracconi.
L'origine del nome è incerta, ma alcuni ritengono che derivi da "Ba Kango", nome di una tribù pigmea dell'Africa occidentale. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento risulterebbero aver lavorato nani con questo pseudonimo nei circhi Guillaume, Gatti & Manetti e Barnum. Si ritiene che il primo Bagonghi sia stato Andrea Bernabè, nato a Faenza il 27 gennaio 1850 e morto attorno al 1920, che iniziò la sua carriera nel Circo Zavatta. 
Uno dei più noti Bagonghi fu poi l'artista circense Franco Medori, appartenente al circo Togni.
Nel linguaggio colloquiale "bagonghi" può essere usato come epiteto scherzoso (quantomeno nelle intenzioni di chi lo pronuncia) nei confronti di una persona di statura bassa che tende a rendersi ridicola giganteggiando su meriti che non ha o affrontando argomenti sui quali millanta una finta preparazione suscitando ilarità ai propri interlocutori. 
Nella cultura dialettale milanese di un tempo, l'espressione "Bagonghi e sensa murusa" indicava invece propriamente una persona che, a causa della propria bassa statura, fosse rimasta senza fidanzata (e, come insulto, pare sia sopravvissuto a Milano fino agli anni 1980)[senza fonte]. Nella cultura dialettale livornese e veneziana ed in alcune zone dell'Emilia Romagna invece l'espressione "Pari Bagonghi" si riferisce a colui che indossa abiti troppo larghi o con maniche eccessivamente lunghe che lo rendono goffo, proprio con riferimento ai costumi di scena circensi. Nella cultura sarda la parola Bagonghi è utilizzata come appellativo per le persone con la testa grande e/o grossa.

RICHETTO

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Nella Sala Cicogna del Salone del bambino di Milano si apre la seconda edizione dello Zecchino d’Oro dopo lo strepitoso successo dell’anno scorso. Oggi sono presentate sei canzoni, altre sei domani. Appare per la prima volta Richetto, interpretato da Peppino Mazzullo. Richetto vuole cantare come gli altri bambini ma non gli viene permesso perché è troppo somaro a scuola. «Pignolo d’un pignolo!» è il suo tormentone che rivolge a Mago Zurlì. Nel 1966 a Richetto verrà dedicato un fumetto.

giovedì 7 giugno 2018

Bocconotti


Si parla di poesia. La cura con cui vanno fatti, il tempo che gli va dedicato, la frolla che lo compone...il bocconotto, tipico dolce abruzzese.
Decisi di fare questo dolce per fare una sorpresa di compleanno al ragazzo di mia figlia, di origine abruzzese, ma non avevo idea di come fare, ma avevo un asso nella manica: la mia amica Talone! una garanzia.
E' bastato un messaggio su facebook e il dolce ha iniziato a prendere forma e anima. Mi ha spiegato tutti i segreti di famiglia e sono riuscito a riprodurre.
Non so se è buono tanto quanto il suo, ma è stato apprezzato tantissimo.
Riporto prima i suoi suggerimenti poi, la ricetta. Grazie Donatella! :-*

puoi fare anche a tortina....ma meglio farli singoli
gli stampini vanno bene quelli da muffin?
sono alti li riempi a meta o anche 1/3
tipo i monoporzione in alluminio?
meglio ma sono ancora alti, per cui va bene la meta anche perche´di solito, quando chiudi con la sfoglia di sopra, tagli utilizzando il bordo della formina
e per la cioccolata? qual'è il problema?
li posso fare qualche giorno prima??
che la cottura in acqua va seguita bene e stai attenta al calore, se si brucia il cioccolato e´la fine
in che senso va seguita bene?
fuoco moderato...devi far evaporare l´acqua senza far bruciare il cioccolato
la devo mescolare sempre? non è, necessario come con la polenta
lo posso fare 2 giorni prima? si si ma non di più
Magari  fai a step: la frolla e la preparazione del cioccolato che ha bisogno di tempo e si deve raffreddare, senno´cuoci i tuorli
faccio prima cioccolata poi frolla ho capito bene?
guarda la frolla e´molto friabile la puoi fare anche il giorno prima che e´meglio
cosi´come la crema di cioccolato
il giorno dopo, aggiungi i tuorli e cuoci
non devo chiuderla?
1o giorno: prepari la frolla e cuoci il cioccolato con l´acqua e fai raffreddare
2o  giorno cuoci
la crema di cioccolato li mantiene freschi non si induriscono
ho messo su il cioccolato...doveva proprio bollire per un'ora e mezzo? perchè io l'ho lasciato andare piano, ha raggiunto i 90 gradi circa...però mi sembra ancora così liquido...
Devi farlo andare ancora Si deve attaccare al cucchiaio
Magari ci metti meno di 2 ora e mezza 1 ora
posso farlo andare ancora?



Non mi sembra tanto luquido
È ancora caldo? O si è raffreddato?
Se si è raffreddato immergi il cucchiaio e togli lo. Poi manda una foto
Si era quasi raffreddato
Me il cucchiaio sì velava appena
Ho riacceso Spengo?
Quanto hai cotto?
Non ne l'hai detto
Circa due ore ma con la retina per il fuoco
Ahhh perfetto
Quindi ha evaporato
Spegni
Il segno della evaporazione


È sceso un bel po'
Perfetto
Quindi spengo
Sì si
Non ti spaventare
Fai raffreddare bene prima di aggiungere i tuorli
Li aggiungerei domani mattina
Ottimo

E ora quanto riportato nel suo bellissimo blog:
La tradizione popolare data la diffusione del bocconotto tra la fine del ‘700 e l’inizio del ‘800, quando in Europa si diffuse il cacao. (CONTROLLARE)
Descrizione e preparazione

Il bocconotto di Castel Frentano, detto anche “castellino”, è un dolce di produzione tipica dell’omonimo comune in provincia di Chieti e più in generale dell’area frentana con numerose varianti, spesso legate alle ricette tramandate in ogni famiglia.
Si tratta di una tartelletta di pasta frolla di forma troncoconica rovesciata preparata con olio extravergine d’oliva, farcita con una crema compatta a base di cioccolato fondente, mandorle e cannella. Al taglio si evidenzia la farcitura interna di colore scuro, di consistenza compatta e dal profumo fragrante di cioccolato, cannella e mandorle tostate.

Bocconotti

Dose per 30 bocconotti

Per la pasta frolla
12 cucchiai di farina II
10 cucchiai di olio extravergine di oliva
10 tuorli d’uovo
10 cucchiai di zucchero
Scorza di limone

Per il ripieno:
1,5 l d’acqua
400 g di zucchero
350 g di cioccolato fondente
350 g di mandorle tostate e macinate finemente
8 tuorli
Cannella
Zucchero a velo

Si prepara la pasta frolla setacciando la farina e impastandola con l’olio extravergine d’oliva; si aggiungono le uova, lo zucchero e la scorza di limone grattugiata. Si impasta di nuovo fino ad ottenere una pasta liscia che si lascia riposare in un luogo fresco per almeno un’ora. A parte si prepara la farcitura sciogliendo in un pentolino, lo zucchero e il cioccolato fondente con un litro e mezzo di acqua;
  
si porta a ebollizione il composto mescolando di tanto in tanto per circa un’ora e mezza. Successivamente si aggiungono le mandorle tostate e polverizzate, completando la cottura per altri 15 minuti. Una volta raffreddato l’impasto si uniscono i tuorli, la cannella e si pone nuovamente il composto su fuoco moderato mescolando continuamente, completando la cottura per altri 15 minuti. Con la pasta frolla si foderano gli appositi stampini in alluminio o acciaio inox (inizialmente erano di rame) del diametro di massimo 10 cm e di 2-3 cm di altezza, precedentemente imburrati, 

e si riempiono con un cucchiaio di farcitura a temperatura ambiente.
Si stende la pasta frolla rimasta e con uno stampino vuoto si ritagliano dischi da utilizzare per la copertura degli stampini; verranno messi nel forno già caldo a 180°C e cotti fin quando risulteranno di un bel colore dorato. Una volta pronti vanno serviti con una spolverata di zucchero a velo.




martedì 15 maggio 2018

Pasta fredda al salmone

Altro piatto preparato davvero gustoso, fresco, veloce e soprattutto buonissimo.I miei ospiti hanno gradito tantissimo.Un primo piatto perfetto per restare leggeri ideale anche come pranzo da asporto, oppure da proporre tra le pietanze dell’aperitivo. Io ho utilizzato salmone affumicato, ma nulla vieta di usare salmone fresco o surgelato.

Pasta fredda al salmone

Ingredienti

400 gr pasta formato preferito
250 gr salmone
150 gr rucola
1/2 barattolo panna acida
(in alternativa salsa allo yogurt)
olio
sale
succo di limone

Iniziare a cuocere la pasta e durante la cottura preparare il resto. Cuocere il salmone in padella antiaderente con un poco di burro quindi aggiungere un pò di succo di limone. Una volta cotto dividerlo in pezzi. Aggiungere la panna acida. Scolare la pasta al dente (continuerà a cuocere anche dopo) e condire con il salmone. Fare raffreddare. Aggiungere la rucola. Riporre in frigorifero fino al momento di servire. Io l'ho lasciata 4 ore.
Se si preferisce la salsa allo yogurt alla panna acida ecco la ricetta:

Salsa allo yogurt greco

Ingredienti

150 gr yogurt greco intero
50 gr yogurt naturale bianco
1 cucchiaio olio
1 cucchiaio succo di limone
sale, pepe ed origano 
mezzo cucchiaino di curry

Versare lo yogurt greco in una ciotola capiente, unire l’olio e mescolare.
Aggiungere il succo di limone ed il resto degli ingredienti.Mescolare il tutto (senza robot o frullatore) e lasciare a riposo in frigo almeno una mezz’ora.La salsa allo yogurt si può conservare in frigo un paio di giorni.Consiglio di prepararla sempre al momento.

lunedì 14 maggio 2018

Coni salati

Sabato sera avevo amici a cena, essendoci anche i ragazzi, ho voluto inventarmi una aperi-cena...non so se effettivamente ci sono riuscita, in ogni caso ho provato qualche ricettina nuova che mi ha dato soddisfazione. Una di queste sono questi coni, con ripieni salati. Molto scenografici e accattivanti. Non avendo i portaconi, mi sono inventata questi bicchieri, che comunque mi  hanno soddisfatto. Una preparazione molto veloce da tenere sicuramente presente per buffet. Per il ripieno si può solo dare spazio alla fantasia, io ho usato una caprese "destrutturata" e una insalata con brie.

Coni salati

Ingredienti

coni da gelato
mozzarella
pomodoro
basilico
insalatina
brie
funghetti sott'olio

Per la caprese ho tagliato dadini di pomodoro e mozzarella, uniti al basilico, sale e olio. Al momento di servire (10 minuti prima) ho riempito i coni.
Per l'insalata ho unito brie, insalatina, funghetti sott'olio, olio e sale. Stesso procedimento.
Avevo paura che si inumidissero e non tenessero i coni, invece hanno tenuto per tutta la cena. Consiglio comunque di riempirli all'ultimo momento, così mantengono la croccantezza.