lunedì 19 novembre 2018

P - Basilica di San Petronio


"Il 7 giugno 1390 fu posta la prima pietra. Finanziata dai bolognesi, fu completata nel 1663. E' la sesta chiesa europea per grandezza."
Nel 1388 il Comune di Bologna deliberò la costruzione della chiesa da dedicare al Santo Patrono Petronio: circa il luogo in cui costruire la chiesa, fu deciso che la facciata dovesse dare sulla piazza. Siccome già esistevano il palazzo del Podestà e il palazzo acquistato da
il giurista Accursio ed essendo da escludere l'idea di abbattere l'intero Quadrilatero, non rimaneva altra posizione che quella di fronte al palazzo del Podestà. Su quel lato esisteva solo il palazzo dei Notai e una serie di edifici di non grande pregio. Questa chiesa, negli intenti del Comune avrebbe rappresentato la sintesi degli ideali civili e di quelli religiosi. L'incarico di redigere il progetto fu affidato ad Antonio di Vincenzo (1350-1401) che già aveva realizzato il palazzo dei Notai, la Loggia della Mercanzia (in seguito, il campanile di San Francesco).
Secondo il progetto la chiesa avrebbe dovuto misurare m 183 di lunghezza mt 137 di larghezza (finì con 132 di lunghezza e mt 60 di larghezza). 
L'area che fu individuata, ben 13.000 mq, si estendeva dalla piazza Maggiore fino all'attuale via Farini: un intero isolato con molte case, torri e otto chiese. Il 7 giugno 1390 avvenne la cerimonia della posa della prima pietra.
Fu nominato un comitato (i fabbricieri) per seguire la costruzione e reperire i fondi necessari, a patto di non imporre nuove tasse o gabelle, non emettere titoli del debito pubblico e non fare affidamento solo su collette pubbliche perchè queste non danno certezze di entrate continuative.
Un grave intoppo avvenne quando il legato Baldassarre Cossa (eletto papa Giovanni XXIII a Bologna, poi deposto come antipapa) si impossessò del denaro destinato alla fabbrica: fu necessario, quindi, trovare nuove fonti di finanziamento: una ritenuta del 10% che colpiva le opere pie, i conventi, le chiese, gli ospedali, ecc. un'imposta dell'1.66% su salare i stipendi dei pubblici dipendenti, una trattenuta sui lasciti a favore di pie iniziative, la confisca delle eredità di chi era deceduto senza testamento e senza discendenti entro il quinto grado. 
Una somma notevole provenne dalla concessione a privati o a corporazioni del diritto di giuspatronato sulle cappelle della chiesa.
Ciononostante la mancanza di fondi costrinse a rinunciare alla grande chiesa e il investimento marmoreo della facciata, già iniziato nel 1538. su sospeso.
La costruzione di San Petronio si concluse nel 1663. E' stata consacrata nel 1954. E' la quarta chiesa più grande d'Italia e la seta d'Europa.

giovedì 15 novembre 2018

N - Nettuno




"La statua e la fontana furono inaugurate il 16 dicembre 1566 fra grandi feste. Il tridente del Nettuno ha ispirato il simbolo della Maserati".
Fino al 1564 nel luogo in cui sorge piazza Nettuno vi era un nucleo di edifici non propriamente eleganti. Il vice legato Pierdonato Cesi, scelto nel 1560 dal Legato di Bologna Carlo Borromeo, decise di inserire questa area nel programma di abbellimento e "decoro" artistico della città.
Pierdonato Cesi fu il vero governatore di Bologna per quattro anni, visti gli impegni del legato Carlo Borromeo, futuro santo.
A Cesi, uomo colto e abile amministratore, si deve la costruzione, in 18 mesi, dell'Archiginnasio, destinato a ospitare l'Università, l'abbellimento del palazzo Comunale, la ristrutturazione dell'Ospedale della Morte. L'opera che maggiormente ha mutato l'assetto urbano fu proprio l'apertura della piazza nella quale collocare la fontana e la statua del Nettuno. Dopo l'approvazione del progetto della piazza nella quale collocare la fontana da parte di papa Pio IV nel 1564, Cesi avviò i risarcimenti dei proprietari degli immobili per passare immediatamente all'abbattimento. In breve tempo su freata la piazza di 3.800 mt.
Quindi Cesi fece un contratto con Tommaso Laureti per 1"10 scudi d'oro al mese sino che sarò finita l'opera" per realizzare il condotto che portasse l'acqua alla fontana: l'acqua fu prelevata dalla fonte Remonda a San Michele in Bosco e portata fino al Nettuno, poi al giardino dei Semplici, poi alla Fontana Vecchia.
Fu poi lo stesso Laureti a "ingaggiare " oltre allo scultore Giambologna (Jean de Boulogne 1529-1608) che stava lavorando a Firenze per il granduca Francesco De Medici, il fonditore Zenobio Portigiani per la somma complessiva di 1.000 scudi d'oro. Tuttavia, al momento di procedere alla fusione del bronzo, vi fu un dissidio fra lo scultore e il fonditore. Giambologna si offrì (per 170 scudi d'oro) di provvedere lui stesso alla fusione, che riuscì difettosa.
Il 16 dicembre 1566 la statua del Nettuno fu collocata nella fontana fra grandi cerimonie.
Fecero festa anche le venditrici di frutta e verdura e le lavandaie che subito utilizzarono la fontana per le loro esigenze. Dopo aver intimato più volte il divieto a tali usi, nel 1604 fu deciso di chiudere la fontana del Nettuno all'interno di una cancellata di ferro che fu tolta nel 1888.
Qualche curiosità:
il costo per la realizzazione della fontana e della statua fu di 70.000 scudi d'oro;
il tridente del Nettuno ha ispirato il simbolo della Maserati, casa automobilistica fondata a Bologna;
durante le due guerre mondiali il Nettuno è stato difeso ingabbiandolo in una "casa" di legno e poi rimosso e nascosto;
in Belgio, in Georgia e in California sono state realizzate copie fedelissime della fonta e della statua.
Il recente restauro, promosso da "Il Resto del Carlino" tramite una raccolta fondi, si è concluso alla fine del 2017. Il precedente restauro, finanziato dall'Associazione industriali, risale al 1988. Fu eseguito nel "Cortile d'onore" del palazzo Comunale. Qui la statua fu ospitata in una "casa" di legno, opera dello scultore Mario Ceroli, affinchè i cittadini potessero assistere all'opera dei restauratori.

mercoledì 14 novembre 2018

M - Monte di Pietà


"Fondato nel 1473,il Monte fu un'istituzione benefica per la città fino all'arrivo dei francesi nel 1796 che lo spogliarono del denaro e dei pegni".
Il primo Monte di pietà fu fondato a Perugia nel 1462 a seguito della predicazione del frate francescano minore osservante Michele Carcano, milanese (1427-1484). Da allora ne furono fondati oltre 100, soprattutto nel Centro-Nord. I monti di pietà nacquero per combattere l'usura ed erogare prestiti su pegno al ceto meno abbiente in temporanea difficoltà. Fino al 1515 non fu applicato alcun tasso d'interesse sui prestiti. In seguito e fino al 1796 i tassi oscillarono fra il 3 e il 5 per cento.
Anche a Bologna f Michele Carcano a fondare il Monte di pietà che iniziò a operare il 23 aprile 1473. La prima sede fu all'angolo fra l'attuale via Farini e il Pavaglione e il primo direttore fu il mercante Giovanni Bolognini.
Alla fine del Cinquecento, a conferma del successo fra la popolazione, il Monte di pietà di Bologna contava già otto filiali, quattro a Bologna e quattro nella Provincia (Budrio, Castel S. Pietro, S. Giovanni in Persiceto, Castel Bolognese)). Inoltre gestiva alcune tesorerie comunali, fra cui quella del Tribunale Criminale, e amministrava il patrimonio di numerose Opere Pie, soprattutto quelle rivolte a "dotare" le "zitelle!"affinchè potessero sposarsi o monacarsi.
Alla fine del Seicento il Monte di pietà di Bologna diede vita a due Monti specializzati nell'erogazione del credito attraverso operazioni di anticipazioni su merci a operatori del settore della seta e della canapa, ambiti che davano lavoro a oltre 35.000 cittadini.
All'arrivo dei francesi, nel giugno 1796, il Monte di Bologna fu "spogliato": i francesi individuarono nel Monte l'unico soggetto in grado di pagare, per conto della collettività bolognese, oltre 4.000.000 di lire come "diritto di conquista". I 100 dipendenti del Monte furono licenziati e la banca rimase chiusa fino al 1802, quando, con soli tre dipendenti, riaprì su pressione popolare. Nel corso del Novecento il Monte di Bologna si espanse e nel 1964 assunse la denominazione di Banca del Monte di Bologna e Ravenna, avendo assorbito i Monti di Ravenna e di Bagnacavallo.
Nel 1991 la Banca del Monte di Bologna e Ravenna (1139 dipendenti e 68 filiali) e la Cassa di Risparmio di Modena si fusero dando vita a Carimonte Banca che poi si fuse con il Credito Romagnolo (Rolo Banca 1473) e infine l'aggregazione all'interno del nuovo soggetto Unicredit. 
Un tassello della storia di Bologna è scomparso: ora la sede storica del Mote in via Indipendenza, 11 è desolatamente vuota. A ricordare la sua presenza secolare, la bella pietà sul portale.

martedì 13 novembre 2018

L - Lombardi Alfonso

"Sue sono le sculture dei quattro santi protettori di Bolgona sotto il Voltone del Podestà, come pure le 14 sculture de "il funerale della Vergine" nell'Oratorio di Santa Maria della Vita. I
I primi 20 anni della sua vita Alfonso Lombardi 81497- 1537) li visse a Ferrara, sua città natale. Si trasferì a Bologna quando la Signoria dei Bentivoglio era già stata abbattuta da papa Giulio II.Infatti, la prima opera che gli fu commissionata (1519) fu "Ercole e l'Idra", una statua i terracotta che doveva rappresentare il Papa (Ercole) che schiaccia i Bentivoglio (L'Idra). La statua fu dipinta di verde scuro in modo da farla sembrare di ronzo. La scultura si trova al primo piano del palazzo Comunale ("sala d'Ercole).
A poca distanza da questa opera lodata da Giorgio Vasari, firmò il contratto per realizzare il grande gruppo scultoreo "il transito della Vergine" (1522) da collocare nell'Oratorio si Santa Maria della Vita. Sono 14 statue e raffigurano l'episodio del giudeo che tenta di oltraggiare il feretro della Vergine, ma viene punito dall'ira divina raffigurata da un angelo con la spada che scende dal cielo.
E' del 1525 un'opera significativa e prestigiosa per Alfonso Lombardi: si tratta delle quattro statue che raffigurano i santi protettori di Bologna (Francesco, Domenico, Petronio e Procolo) collocate sotto il Voltone del Podestà.
Mentre lavorava a queste opere Lombardi realizzò il "Compianto sul Cristo morto", prima collocato nella cripta della Cattedrale di San Pietro, poi, nel 1992,  dovendosi restaurare la cripta, il cardinale Giacomo Biffi fece trasferire il gruppo scultoreo nella Cappella X. In origine l'opera di Lombardi era policroma, ora si presenta in nuda terracotta.
Nel 1531 Alfonso Lombardi fu chiamato a lavorare all'Arca di San Domenico dve avevano operato artisti del calibro di Michelangelo, Niccolò dell'Arca, Nicola Pisano.
Se fu prestigioso lavorare all'Arca, ancor più importante fu l'incarico di eseguire sculture in marmo sul portale e su una lunetta di San Petronio.
Uno degli ultimi lavori di Lombardi (1533) fu il monumento funebre del condottiero Armaciotto de' Ramazzotti che si può ammirare nella chiesa di S. Michele in Bosco.
Deceduto Papa Clemente VII, fu chiamato a Roma per eseguire il monumento funebre di questo Papa; ma l'incarico gli fu inopinatamente tolto e affidato a Baccio Bandinelli. Lombardi, che già si era recato a Carrara per l'acquisto del marmo necessario, rimase sconcertato e avvilito. Rientrò a Bologna malato, secondo il Vasari a causa dell'offesa ricevuta, e qui morì nel 1537 a soli 40 anni.
Una curiosità: il vero cognome dello scultore fu Cittadella, ma preferì assumere il cognome materno, Lombardi.

J - Jacopo della Quercia

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"Lo scultore per ben 9 anni lavorò per realizzare numerose formelle sulla facciata di San Petronio: forse Michelangelo ne trasse ispirazione per la Cappella Sistina".
Jacopo di Pietro d'Agnolo detto Jacopo della Quercia, forse a causa del nomignolo attribuito a una sua ava che aveva un difetto agli occhi e che le valse il soprannome "la guercia", nacque a Siena, forse nel 1374. Dal padre, orafo e intagliatore di legno, apprese varie tecniche artistiche. Trasferitosi a Lucca iniziò a lavorare ottenendo incarichi in viarie città, fra cui Ferrara, dove scolpì in marmo la Madonna della Melagrana (1403) conservata nel Duomo della città. Ma l'opera che gli diede fama fu il Monumento a Ilaria del carretto , realizzato a Lucca fra il 1406-1407 su commissione del Signore di Lucca per la chiesa di San Martino.
Lavorò ancora a Lucca, a San Gimignano e a Siena dove, fra il 1414 e il 1419, realizzò la Fonte Gaia in piazza del Campo, meritandosi l'appellativo di Jacopo della Fonte. L'ultimo importante incarico della sua vita lo ottenne a Bologna per scolpire il portale maggiore della Basilica di San Petronio, essendo riusciti i fabbricieri a raccogliere i fondi necessari per avviare i lavori della facciata, che avevano subito un arresto quando il legato il Baldassarre Cossa, poi eletto Papa a Bologna nel 1410, col nome di Giovanni XXIII, ma dichiarato antipapa e deposto dal Concilio di Costanza,  aveva asportato denaro e materiali di costruzione. Il 28 marzo 1425 Jacopo della Quercia firmo il ricco contratto /3600 fiorini) garantendo la conclusione nell'arco di due anni. Per ben nove anni, dal 1425 al 1434, Jacopo della Quercia si applicò alla "Porta Magna" della basilica  bolognese realizzando le Storie della Genesi e le Storie della giovinezza di Cristo: le formelle ritraggono i Profeti, le Storie del Nuovo Testamento, la Creazione d Adamo, la Creazione di Eva, il Peccato originale e la Madonna col Bambino tra i santi Petronio e Ambrogio.
Concluso questo impegnativo lavoro, a Bologna Jacopo della Quercia fu chiamato per realizzare il monumento funebre di Anton Galeazzo Bentivoglio che si può ammirare in San Giacomo Maggiore, la chiesa preferita della famiglia Bentivoglio. La magnifica e incompiuta facciata della Basilica di San Petronio è arricchita da splendide sculture da tutti ammirate: fra esse quelle di Jacopo della Quercia, le cui formelle impressionarono lo stesso Michelangelo che molto probabilmente si ispirò a loro per gli analoghi personaggi raffigurati nella Cappella Sistina, come la "Creazione di Eva". Fu l'ultima grande opera di Jacopo che morì nel 1438 a Siena, dove fu sepolto nella chiesa di S.Agostino.

sabato 10 novembre 2018

I - Via Indipendenza

"Dal 1860 si pensò a una grande strada per unire la Stazione con il centro. Fu la via dei cinema e dei teatri, dei negozi eleganti ma anche della Cattedrale, del Monte di pietà, del "Diana" e della "Coroncina".
All'indomani dell'adesione di Bologna alla monarchia sabauda, proprio per segnare una censura con il precedente governo pontificio, furono avviati molti progetti urbanistici: come scrisse Bottrigari "l'antica e poco bella" Bologna desiderava "allargamenti di strade" e "altre riforme edilizie".
Le prime realizzazioni furono via Saragozza, via Farini, piazza Cavour, l'edificio della Cassa di Risparmio, la Stazione Ferroviaria. Già nel 1860 si discusse di una grande strada che unisse la Stazione con il centro. Ma la via Massima (dal 1874, via dell'indipendenza) fu il progetto più importante, che iniziò con la sistemazione del Canton de' Fiori, il primo tratto della futura via Indipendenza. Avrebbe dovuto essere Coriolano Monti a realizzare il progetto del grande via, ma Monti lasciò Bologna e tutto si fermò per ripartire nel 1874.
I problemi che furono affrontati non erano solo le 188 perizie per espropri, ma anche difficoltà oggettive come la sistemazione della chiesa di San Benedetto.
Sta di fatto che - come accade anche oggi - via Indipendenza fu inaugurata più volte, fino alla conclusione avvenuta nel 1896 con la sistemazione del tratto attiguo alla scalea  della Montagnola.
L'assetto deciso fu quello di un rettilineo con nuovi immobili di prestigio, con alti portici, negozi eleganti e luoghi di spettacolo. Oltre alla già esistente Arena del Sole (1810), aprì l'Eden Kursaal (1899), un elegante cafè chantant, il tempio del varietà che chiuse nel 1923. Poi aprirono il teatro Verdi (1908 poi cinema Capitol) e il teatro Apollo (1913, poi cinema Metropolitan). Intanto si stava affermando il cinematografo e via Indipendenza nei primi decenni del Novecento divenne la via del cinema, del famoso ristorante Diana (1920), delle banche, degli alberghi (Hotel Baglioni, poi  Majestic), degli uffici e degli studi professionali.
Aprirono il Cinematografo della Borsa (190, angolo via Volturno). , il Centrale (1908 poi Imperiale), il Fulgor (1913, via Montegrappa), il Cinema Teatro Manzoni (1933). Non  mancarono eleganti caffè come la palazzina Majani (1908)., in stile liberty, o caffè più popolari come il dirimpettaio Caffè San Pietro e il Caffè del Canto dei Fiori, il più antico quando si chiamava Caffè degli Stelloni.
Senza dimenticare il negozio Bertagni famoso per i suoi tortellini (al civico 22).
L'ottocentesca via indipendenza non ha solo moderni palazzi, ma anche antiche e significative presenze, come la torre degli Scappi che ospita "La Coroncina" e il palazzo del Monte di Pietà.

H - Hercolani

"Famiglia senatoria che ristrutturò e salvò la villa Belpoggio che fu di Giovanni II Bentivoglio. Il sontuoso palazzo Hercolani ora ospita la Scuola di Scienze Politiche." L'H vuole ricordare il collegamento con Ercole (in latino, Hercules). La famiglia, di origine faentina ma presente a Bologna dal Quattrocento con il capostipite Andrea, teneva molto a questo riferimento mitologico. Gli Hercolani, nel corso dei secoli, ricoprirono importanti incarichi pubblici entrando nel Senato bolognese e assumendo il titolo di principi.
L'ultimo senatore, prima dell'abolizione del Senato avvenuta all'inizio dei XIX secolo, fu Filippo Hercolani (1736-1810). Uomo di cultura e mecenate , a lui si deve il pieno recupero della magnifica villa Belpoggio, costruita per volere di Hiovanni II Bentivoglio e ubicata nell'attuale via Siepelunga, 34. La villa, dopo la caduta dei Bentivoglio, passò attraverso varie proprietà finchè nel 1764 entrò in possesso di Filippo Hercolani, che ne promosse il restauro. L'area su cui sorge la villa, fino al secolo scorso, comprendeva un vasto territorio: per capire meglio l'estensione della proprietà, è illuminante un episodio del 4 luglio 1915, a poche settimana dall'entrata in guerra dell'Italia. Per aiutare i militari  al fronte fu organizzata una partita di calcio di beneficenza fra una rappresentativa emiliana e una squadra composta da militari: teatro della partita - come riferisce il Carlino - Fu il il campo di calcio  di Villa Hercolani. In quel luogo fu poi costruito il primo stadio del Bologna, chiamato "Campo Badini" (in onore del calciatore del Bologna, Angelo Badini, scomparso prematuramente), noto anche come "Sterlino". In seguito fu il Bologna a giocare altre due partite di beneficenza contro l'Alessandria F.C.: l'incasso consentì alla Croce Rossa di donare ai soldati 100 kg di lana.
A Filippo Hercolani si deve anche la costruzione, affidata nel 1793 all'archettetto Angelo Venturoli, del grande palazzo di Strada Maggiore (che oggi ospitala Scuola di Scienze Politiche). Il sontuoso palazzo possiede un elegante scalone e una davvero notevole "Boschereccia".
Anche il figlio Astorre (1779-1828), che si schierò a favore di Napoleone, fu sensibile alla cultura e, in particolare, al teatro: non a caso fu nominato Soprintendente agli Spettacoli. Anche la moglie, la nobildonna Anna Maria Malvezzi, che gli diede tre figli, era appassionata di teatro e il salotto di casa Hercolani era frequentato da personaggi del mondo teatrale, come Gioachino Rossini: nel palazzo, nel febbraio 1845, fu messo in scena lo "Stabat Mater". Dopo una lunga malattia una morte precoce portò via Astorre Hercolani (1828).

venerdì 9 novembre 2018

G - Gregorio XIII

"Bolognese, è diventato noto come "il Papa del calendario". Riformò la giustizia in senso garantista. La statua che lo raffigura corse il rischio di essere abbattuta dai francesi."
La statua di bronzo del papa bolognese Gregorio XIII, opera di Alessandro Menganti, collocata nel 1580 sulla facciata del palazzo Comunale, guarda e domina ogni giorno piazza Maggiore. Eppure oltre due secoli fa la statua rischio di essere abbattuta. Infatti, un decreto del 18 aprile 1796, quando Bologna si trovava sotto il dominio dei francesi di Napoleone, disponeva l'abbattimento di tutti i simboli dello Stato Pontificio e delle famiglie nobili. Dunque, anche la statua di un Papa! Ma il Senato bolognese ebbe la grande intuizione di "travestirlo" da San Petronio mettendogli in capo una mitria e in mano il pastorale; e aggiungendo sopra la sua testa la scritta "Divus Peronius protector et pater". Di fronte alla statua del patrono della città i francesi non sollevarono obiezioni. Solo nel 1895 furono restituite a papa Gregorio XIII le sembianze originali. Ma la scritta retrostante è rimasta intatta.
La notorietà di questo Papa è da attribuire alla riforma del calendario decisa nel 1582: dal 5 ottobre si passò al 16, furono ordinati gli anni bisestili e collocata la Pasqua. Fino a quel momento era in vigore il calendario voluto da Giulio Cesare nel 45 a.C.
Chi era Gregorio XIII? Si chiamava Ugo Boncompagni (1502-1585). Bolognese di famiglia benestante (il padre era mercante e banchiere), studiò giurisprudenza, che poi insegnò all'Università. Fino all'età di 56 anni non aveva alcuna intenzione di prendere i voti, anzi condusse vita mondana e nel 1548 ebbe un figlio. Solo nel 1558 divenne sacerdote e poco dopo vescovo e cardinale (1565).
Quando, nel 1572, morì papa Pio V, il Conclave in sole 48 ore elesse  all'unanimità Ugo Boncompagni, che assunse il nome di Gregorio XIII. Aveva 70 anni e rimase papa per 13 anni; in questi anni risanò le finanze pontificie senza aumentare le tasse, anzi eliminando la tassa sulla carne suina e sul macinato. Non gli riuscì, invece, di combattere la dilagante delinquenza, ma curò con impegno i rapporti internazionali.
Pur avendo vissuto gran parte della sua vita lontano da Bologna, non dimenticò il dialetto, autorizzò la fondazione del Monte del Matrimonio, fece costruire il palazzo dell'Arcivescova-do. Notevole fu la riforma della giustizia che introdusse il "Magistrato della concordia" allo scopo di comporre le liti senza pagare esose parcelle agli avvocati e di velocizzare le sentenze.  Magistrati e avvocati dovettero ingoiare l'amaro boccone: ma dopo la morte di Gregorio XIII ripristinarono gli antichi comportamenti.

mercoledì 7 novembre 2018

F - Funivia


"Per circa 50 anni ha trasportato milioni di turisti, fedeli, curiosi. Di essa restano un pilone e il ricordo dell'emozione di rimanere sospesi nel vuoto".
Il giovane ingegnere Ferruccio Gasparri (1899-1990), fascista della prima ora, libero professionista dal 1926, ebbe l'idea di realizzare una funivia che collegasse la città al colle della Guardia.
Nel 1927 il progetto ottenne il benestare del podestà Leandro Arpinati e dell'arcivescovo Nasalli Rocca. L'anno successivo fu costruita una Società per Azioni (SACEF) e il primo azionista fu l'ATM, che versò 250.000 lire.
Occorreva poi curare altri aspetti: costruire il pilone intermedio e le due stazioni, quella di partenza e quella d'arrivo. Il terreno sul quale costruire la stazione di partenza fu donato dalla principessa Adele Gregorini Bingham Colonna, moglie del principe Piero Colonna, con la clausola che fosse "adibito sempre alla stazione della Funivia" Nel 1930 erano già costruite la stazione di terra, la tettoia d'arrivo e la strada verso il Santuario.
Il 14 maggio 1931 vi fu l'inaugurazione: percorso di 1370 metri con un dislivello di 220, due campate con un solo pilone alto 25-30 metri. La velocità era di metri 3.5 al minuto e perciò il viaggio durava 6 minuti e mezzo. Le cabine erano due, potevano ospitare 20 persone:mentre una saliva, l'altra scendeva, arrivando contemporaneamente alle stazioni. Il primo anno fu un successo: 201.000 passeggeri. Poi il numero scese e i conti della SACEF si chiusero in disavanzo. 
Dal giorno dell'inaugurazione fino al 1944, la Funivia potè vantare 2.000.000 di passeggeri. Nel 1944 fu bombardata la stazione di partenza e la Funivia cessò l'attività.
Intanto Gasparri prima richiamato in guerra, poi nel mirino dei partigiani, si rifugiò a Firenze fino al 1947; l'anno dopo incontrò il sindaco Giuseppe Dozza per proporre di rimettere in funzione la Funivia. Gasparri aveva rilevato la SACEF e ottenuto fondi dal Governo: il Comune di Bologna garantì la somma residua. Nell'arco di due anni fu rimessa in funzione la stazione di partenza e ampliata quella d'arrivo, rinnovate funi e cabine, migliorato il tempo del viaggio in 4 minuti e mezzo.
L'8 aprile 1950 vi fu l'inaugurazione ufficiale. Nei pressi del Santuario sorsero altri eleganti ristoranti e luoghi di ristoro. Ma dopo pochi anni il bilancio si rivelò passivo L'ultimo proprietario, Gino Pardera, prese atto delle difficoltà economiche: nel 1975, con 50.000 di passeggeri si ebbero 18 milioni di incasso e 57 di spese. Pardera chiese aiuto al Comune, che rifiutò anche la cessione gratuita. E così,il 7 novembre 1976 terminò l'affascinante avventura della Funivia per San Luca.

E- Via Emilia

La grande strada voluta dal console romano Marco Emilio Lepido ha portato sviluppo e ricchezza alle comunità dell'Emilia-Romagna e anzitutto a Bologna.
L'esercito di Roma, che da circa 15 anni aveva chiuso vittoriosamente le Guerre puniche, sconfisse i Galli conquistando, fra l'altro, anche Bologna, con le truppe guidate dal console Marco Emilio Lepido. Questi, avendo i soldati "disoccupati" affidò loro il compito di costruire una strada, che poi prese il nome di Via Emilia, che unisse Rimini con Piacenza e che fu completata nel 187 a.C.: di fatto la via proseguiva il percorso della via Flaminia (Roma-Rimini) costruita nel 219 a.C., mentre intercettava a Piacenza la via Postumia, cioè la via costruita per unire i porti di Genova e di Aquileia. Come risulta evidente, i Romani avevano allestito un sistema viario (oggi parleremmo di infrastrutture) al servizio sia degli eserciti, sia dei mercanti, sia dei coloni.
La prima funzione della Via Emilia (come pure di altre strade romane) fu di carattere militare: consentiva di spostare rapidamente le truppe in caso di necessità. Ma la via Emilia significò anche l'avvio del processo di colonizzazione da parte dei Romani della fertile pianura padana. Fu l'inizio di un processo demografico crescente generato dalle prospettive positive dell'agricoltura, la vera fonte di ricchezza.
Dunque, la prospettiva di questa parte consistente dell'Italia risale a oltre due millenni e la grande intuizione della via Emilia ha rafforzato, nel corso dei secoli, il benessere di quelle popolazioni favorendo i traffici commerciali e non solo. La via Emilia, che oggi si chiama Strada Statale 9, è stata "riformata", modificata e prolungata fino a Milano, non solo, ma è diventata la complanare di altre infrastrutture fondamentali che hanno affiancato il suo percorso come la linea ferroviaria (anche di Alta Velocità) e le autostrade, sia l'Autostrada del Sole (A1) sia l'Adriatica (A14).
Sulla via Emilia hanno prosperato molte città,  ora capoluoghi di Provincia, come Modena, Forlì, Cesena e, verso nord, Reggio Emilia, Parma e Piacenza La città di Reggio Emilia, che fu chiamata Regium Lepidi, ha collocato una statua di Marco Emilio Lepido nel palazzo Comunale.
Altri insediamenti furono conseguenza della presenza di questa importante strada: uno per tutti, l'antica Claterna che sta tornando alla luce. Pertanto, a distanza di oltre due millenni l'opera voluta dal console della Repubblica romana ha significato ben più che una via di comunicazione: lungo questa preziosa e antica strada sono cresciute comunità prosperose.
A pieno diritto, dunque, la Regione ha preso il nome di Emilia-Romagna.

D - Dotti Carlo Francesco

"Fu l'architetto che progettò il Santuario della Beata Vergine di San Luca, costruito sia col lavoro volontario sia con il denaro dei cittadini bolognesi".
I cantieri e l'architettura li aveva respirati fin da bambino, in famiglia. Infatti, il padre di Carlo  Francesco Dotti (1670-1759) era architetto e indirizzò il figlio a questa attività. Per i bolognesi il nome di Carlo Francesco Dotti è legato a uno dei monumenti più amati, il Santuario della Beata Vergine di San Luca.
Nato in una frazione di Como, Dotti visse la sua vita professionale a Bologna, dove abitò in via del Pratello assieme alla moglie Caterina Tartarini, che gli diede tre figli: di essi, due seguirono le orme paterne, Giovanni Giacomo e Giovanni Paolo. La prima opera significativa di Dotti fu la costruzione dell'Arco del Meloncello: un'opera importante per congiungere la parte del portico di San Luca proveniente da porta Saragozza con quello che sale verso il Santuario. Prima fu costruito il ponte che permetteva il transito di carri e carrozze, poi la parte superiore, cioè il monumentale arco. Il tutto fu costruito con denaro derivane da generosi lasciti e forse per questo motivo dall'approvazione del progetto (1719) alla fine dei lavori (1732) trascorse un lungo lasso di tempo.
Dopo il Meloncello, Dotti si cimentò nel lavoro più importante e prestigioso, il progetto e la costruzione del Santuario della Madonna di San Luca, affidatogli nel 1722.
L'anno successivo fu posta la prima pietra per la costruzione del Santuario, finanziato dalla generosità dei bolognesi, proprio come il portico.
Nel 1742 fu ultimata la costruzione della grandiosa cupola, mentre nel 1757 i lavori si conclusero col completamento della facciata e con la pavimentazione. Dotti non ebbe la possibilità di assistere alla consacrazione del Santuario, che avvenne nel 1765, poichè morì il 3 giugno 1759.
Ma il Santuario  di San Luca non fu certo l'unica opera del Doti: a lui si deve la ristrutturazione della Basilica di San Domenico. Questi prestigiosi lavori gli valsero la nomina di "architetto del Senato bolognese", incarico che comportò numerosi lavori pubblici e opere di manutenzione del patrimonio comunale. Intervenne su palazzo Davia Bargellini progettando lo scalone Al Dotti si deve anche l'altare di S. Ivo in San Petronio, nella terza cappella della navata sinistra. Fu attivo anche in alcuni comuni della Provincia.
Carlo Francesco Dotti fu il miglior architetto del Settecento assieme ad Alfonso Toreggiani.
Alui è stata dedcata una laterale di via Saragozza, a qualche centinaio di metri dall'inizio della salita che porta al Santuario della Madonna di San Luca.

lunedì 5 novembre 2018

C - caffè

"Dalla seconda metà del Settecento, i caffè furono luoghi di incontro degli uomini del Risorgimento, poi videro la presenza di intellettuali e artisti. Soppiantarono le osterie (ma non il vino!)".
Per molti secoli, le osterie, con le loro curiose insegne, furono punti di riferimento per tanti cittadini. A partire dal XIX secolo sono apparsi i
Caffè, che hanno accompagnato un secolo ricco di trasformazioni sociali, di slanci innovativi, del fervore di nuovi movimenti politici e culturali.
Il primo Caffè citato in una cronaca della seconda metà del Settecento è il Caffè degli Stelloni, all'angolo fra via Indipendenza e Via Rizzoli: fu proprio questo locale che si riunirono Luigi Zamboni, Giovanni Battista De Rolandis e pochi altri per organizzare una generosa ma improbabile rivolta tesa a rovesciare il governo pontificio. L'insurrezione si risolse in una azione dimostrativa che peraltro costò la vita ai due protagonisti.
Altri Caffè, durante il governo papalino-austriaco, ebbero fama di "covi" risorgimentali: fra questi, il Caffè Apollo in via S.Stefano (oggi vi è il Ristorante Cesarina) e il Caffè della Fenice, che aveva una saletta riservata dove si riunivano Minghetti, Aglebert, Gioacchino Pepoli e altri, e aveva un'uscita segreta in caso di irruzione della polizia. Ha fatto storia anche il Caffè dei Grigioni: come riferiscono tutte le cronache della giornata dell'8 agosto 1848, lì sarebbe scoppiata la scintilla della rivolta dei bolognesi contro gli austriaci. Questo locale si trovava sotto il portico della Gabella (via Ugo Bassi). Era uno dei locali preferiti da Giosuè Carducci, che amava ripetere come fosse stato frequentato anche da Ugo Foscolo e da Vincenzo Monti. Un altro caffè che si caratterizzò politicamente fu il Caffè San Pietro, all'angolo di via Indipendenza con via Altabella, aperto giorno e notte: fu un punto di riferimento per i risorgimentali liberali e antipapalini. Poi divenne luogo d'incontro di intellettuali, come Alfredo Oriani, Riccardo Bacchelli, Giorgio Morandi, Giuseppe Raimondi.
Il Caffè delle Scienze, in via Farini, 24, angolo Castiglione, era raffinato ed elegante, una meta imprescindibile per il mondo culturale e intellettuale (Alfredo Oriani, Olindo Guerrini, Corrado Ricci, Alfonso Rubbiani, Alfredo Testoni, Cesare Albicini), così come il Caffè dei Servi in Strada Maggiore.
Oltre ai Caffè vicini ai teatri, frequentati dal mondo dello spettacolo, non si possono dimenticare, fra i tanti, il Bar Vittorio Emanuele, in piazza Maggiore, il Bar Venezuela in via S.Vitale all'angolo con via Zamboni, in elegante stile liberty, Il Bar dei Notai, il Caffè del Pavaglione in piazza Galvani, 4, il preferito da Giosuè Carducci.

B - Baraccano

"Il Conservatorio ospitò migliaia di fanciulle che tessevano e ricamavano per formarsi la dote. La chiesa è la più nota e amata delle 12 sorte accanto alle mura".
La chiesa della Madonna del Baraccano fu la prima delle 12 chiese costruite a ridosso delle mura di Bologna (e tutte dedicate alla Madonna) ed è una delle poche superstiti: come tutte le altre chiese, fu edificata dove era presente un'immagine mariana che il popolo riteneva miracolosa. In un primo tempo l'immagine era protetta da una semplice cappella ed in seguito si costruiva una chiesa. Così accadde anche per la Madonna del Baraccano: nel 1512 un miracolo attribuito a questa Madonna fece decidere la costruzione della chiesa con portico antistante. Nel 1682 fu aggiunta la maestosa cupola La denominazione "Baraccano" significa contrafforte e deriva dalla posizione a ridosso delle mura.
Questa chiesa, che si sviluppa in lunghezza ma di scarsa  profondità, conserva il dipinto della Madonna, opera di Lippo di Dalmasio ritoccata da Francesco del Cossa per volontà di Giovanni II Bentivoglio.
Una tradizione ha attribuito alla Madonna del Baraccano il titolo di Madonna della Pace: per questo, dopo la cerimonia nuziale, gli sposi si recavano in questa chiesa " a prendere la pace". Ma col termine Baraccano si indica anche l'edificio che ha ospitato fino al 1969 un famoso Conservatorio che aveva lo scopo di "conservare" l'onore e la purezza delle fanciulle; l'edificio  originariamente ebbe la funzione di ospedale per pellegrini; solo nel 1491 fu ampliato per volontà di Giovanni II Bentivoglio (su alcune colonne del portico resta il simbolo del Bentivoglio) e, alcuni anni dopo, completato dal magnifico voltone
Il Conservatorio del Baraccano fu fondato nel 1528 allo scopo di accogliere fanciulle di bell'aspetto ma provenienti da famiglie povere, non in grado di "dotare" la figlia; di età fra i 10 e 12 anni, sane, senza difetti fisici, graziose, queste fanciulle per "guadagnarsi" la dote svolgevano alcuni lavori, come la tessitura della seta, il ricamo, la confezione di indumenti. Ciò che guadagnavano veniva accantonato Il Conservatorio del Baraccano era un'istituzione laica, amministrata da personalità del mondo economico: per finalità e funzionamento è da considerare un vero e proprio istituto di previdenza.  Ospitava 40-70 fanciulle per non più di sette anni trascorsi i quali la ragazza o prendeva i voti o si sposava. Il futuro marito doveva essere bolognese, di buona famiglia e con un mestiere sicuro. Se con la dote la coppia acquistava un appartamento, questo doveva essere intestato alla donna e al Baraccano: ciò per togliere ogni illusione ai "cacciatori di dote".

A- Acque

Il Resto del Carlino, quotidiano bolognese, ha ripreso una pubblicazione che aveva fatto anche in passato, sempre curata dal Dottor Marco Poli: l'alfabeto di Bologna. Un'opera che, a mio parere, è semplicemente fantastica.
Implemento quindi quanto già pubblicato fino ad ora. Si riparte con la lettera A di acque.
 "Con quasi 70 chilometri di canalizzazioni di superficie o sotterranee, una cinquantina di ponti, Bologna divenne la città europea più ricca di infrastrutture idrauliche".
Quando la città era delimitata dalle mura del Mille, Bologna poteva contare su un solo corso d'acqua naturale, il torrente Aposa.
Nell'arco di mezzo secolo, a partire dal 1176, Bologna accolse le acque del Savena e del Reno attraverso la realizzazione di chiuse che deviarono le acque verso la città: da San Rufillo, quelle del Savena, da Casalecchio, quelle del Reno.
Queste acque inizialmente servirono a muovere le ruote dei mulini da grano, a riempire i fossati delle mura, ad abbeverare gli animali, a irrigare gli orti, a lavare i panni e per altri usi domestici, ad alimentare i vivai dei pesci, a rendere più igienica la città.
La consapevolezza che l'acqua potesse fornire energia portò ad un suo utilizzo per varie lavorazioni; ma la svolta principale avvenne nel 1341, quando un immigrato da Lucca, Bolognino del fu Borghesano, impiantò il primo telaio meccanico da seta.
Nei due secoli successivi, con  la costruzione dei condotti sotterranei, l'acqua fu portata nelle cantine e la sua energia fu sfruttata per varie lavorazioni, fu costruito il Navile per il trasporto di merci e persone, fu realizzato il porto. Insomma, un vero e proprio sistema "integrato": dall'arrivo della materia prima, alla produzione di prodotti, al loro commercio e al loro trasporto.
Con quasi 70 chilometri di canalizzazioni di superficie o sotterranee, una cinquantina di ponti, Bologna divenne la città europea più ricca di infrastutture idrauliche con la maggiore concentrazione produttiva all'interno delle mura: alla fine del Seicento, erano attivi 130 opifici e 400 ruote che davano lavoro a oltre 20.000 persone.
A partire dall'Ottocento il grande sistema delle acque fu gradualmente abbandonato: i canali (di Reno e del Savena) furono coperti, i condotti sotterranei furono utilizzati come fognature e il porto rimase inutilizzato. Rimase attivo il canale Navile per il trasporto di merci e persone. Le ultime coperture furono attuate negli anni '50 del Novecento e culminarono con la tombatura del Canale di Reno in via Riva Reno.
La "Bologna delle acque" è ancora nel cuore di molti cittadini, ma troppo spesso si dà di quell'immagine pittoresca, la stessa che si osserva guardando dalla famosa finestrella di via Piella. Forse per questo c'è chi auspica una parziale riapertura dei canali, soprattutto del canale di Reno. Ma la "Bologna delle acque" non voleva essere "pittoresca", bensì creare quel magnifico sistema idraulico per dare pane e lavoro a migliaia di cittadini.

martedì 7 agosto 2018

Pianaccio - Parte 2


Una delle prime escursioni che ho fatto è stato visitare questo mulino per castagne che è ancora in ottime condizioni. Affascinante!
Riporto quanto narra la Pro Loco:
- Fino a qualche decennio fa, la castagna era "il rimedio più usato contro la fame" senza richiedere grosse cure e impegno per la sua coltivazione. Il saporito frutto, protetto dal riccio, veniva usato in mille maniere: lessato, arrostito, seccato, macinato e ridotto in farina che, pressata in enorme casse conservato all'interno delle cucine, doveva servire per tutto l'anno.
Il raccolto avveniva dopo una lunga, faticosa ed accurata pulizia del bosco.
La pesatura era fatta con unità di misura particolari:

 el panero                         (circa 12 kg)
el bgoncio (3 paneri)      (circa 36 kg)
                    la corba (6 bgonci)        (poco più di due quintali)
Le castagne erano poi messe nel casone sopra il gradiccio, sotto al quale veniva fatto fuoco, in continuazione, per 20 - 25 giorni. Da 3 kg di castagne fresche, si otteneva 1 kg. di castagne secche.
Una volta essicate, usando bigoncio

stanga e vassora (attrezzo in legno dove venivano riposte le castagne pulite  della prima scorza e venivano lanciate ripetutamente in alto  per ore, dalle donne, finchè queste non risultassero
pulite)
(esterno vassora)

 
(interno vassora)

si pulivano dall'olva (scorza). Erano così pronte per essere portate al mulino. La macinatura non veniva mai pagata in denaro, ma, per ogni quintale di farina, il mugnaio teneva per se la molenda (4 kg di farina).
Il mulino, anello fondamentale del ciclo delle castagne, presente in quasi tutti i nostri paesi, è composto dalle seguenti parti:
- bottaccio ed un tramezzo (chiusa), per convogliare e regolare l'acqua del fiume indipendente-mente dalla sua portata
- una tramoggia nella quale vengono versate le castagne secche
- la bocchetta, fatta oscillare da una massa di legno, detta battella, che striscia sulla macina. La regolazione della bocchetta è regolata con la grana (volantino)


Questo sistema fa cadere gradualmente le castagne nell'occhio di macina.
Due macine normalmente in sasso, quella inferiore ferma e quella superiore rotante con un regolatore di spazio fra le due, per ottenere una farina più o meno fina
Un palmento, la cassa nella quale si accumula farina
un paranco, per sollevare la macina e pulirla con appositi attrezzi quando le castagne non secche (lenton) la impastano

l'albero per il movimento, attraversa la macina inferiore, ed è fissato a quella superiore in un'apertura detta "occhio della macina"
la stanga per attaccare gli ingranaggi della ruota a quelli della macina per metterla in rotazione. 
Questi ingranaggi, oggi in ferro, una volta erano realizzati con pioli di legno conficcati sui tamburi
una manovella per aprire il flusso dell'acqua e convogliarlo sulla ruota
la ruota a pale o a cassette, vero e proprio motore del mulino.
La macina non doveva girare troppo lentamente, perchè si aveva uno scarso rendimento del mulino, ma neppure troppo velocemente pena la rottura degli ingranaggi per gli sforzi in gioco.


Pianaccio (Lizzano in Belvedere) - parte 1

Domenica siamo stati invitati da amici a casa loro a Pianaccio. Un bellissimo posto poco conosciuto, tranquillo pittoresco. Il paese natio di Enzo Biagi, 30 residenti, sembra di essere fuori dal mondo, cicale che cantano e il rumore dell'acqua che scorre fanno da cornice ad uno splendido scenario.
La frazione o località di Pianaccio dista 3,31 chilometri dal medesimo comune di Lizzano in Belvedere di cui essa fa parte, e sorge a 755 metri sul livello del mare.
Ho avuto modo di visitare, oltre al bosco, delle realtà a me totalmente sconosciute che mi hanno affascinato. Riporto, per iniziare, quanto trovato in rete (Davanti al camino) per aiutarmi a raccontare questo luogo ameno.





"Quassù non ci si arriva per caso. Anzi, occorre una certa  determinazione  nel percorrere i pochi, tortuosi,  chilometri che separano dal fondovalle. Però, come ogni cosa difficile da raggiungere,  giunti a Pianaccio lo spettacolo è davvero unico. Migliaia  di alberi, castagni, carpini, roverelle e più in alto aceri,  faggi e chissà quali altre essenze, che formano una foresta all’apparenza  impenetrabile dalla quale emergono improvvise le prime case del paese. Come abbiamo fatto a costruirle quassù, nei pochi metri disponibili fra un dirupo e un altro è un mistero. Un gioco di equilibrio fra uomo e natura che qui sono inscindibili: l’una ha forgiato l’altro e ne è stata modificata. Con il bosco ha dovuto fare i conti Pianaccio infatti la storia di tutti i pianaccesi sia in senso positivo, da esso  ricavavano le castagne essenziali per sopravvivere ed il poco lavoro che esisteva in zona, sia negativo perché quell’ambiente così aspro e ostile ne ha condizionato per sempre  la vita ed il carattere. Gente dura, un po’ ribelle, costretta per campare  a trasferirsi per parecchi mesi l’anno nelle pianure in cerca di lavoro. Una separazione forzata che, come reazione, ha generato in loro un senso di fiera appartenenza difficilmente riscontrabile in altre zone come ebbe a rilevare già nel 1851 Luigi Ruggeri nella sua descrizione delle chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna:   “… l’amore del luogo  natìo ha posto nel loro petto così profonde radici, che queste balze, queste selve e queste acque cadenti sono ad essi più care che non le splendide città” . 
La prima domanda che ci si pone  arrivando quassù  è perché  i primi abitanti  avessero scelto un luogo cosi difficile per vivere, dove “La natura sembra avere riunito nella gola di Sela quanto essa può crear di più grandioso, di più selvaggio e di più terribile” (Ruggeri, 1851). Purtroppo non ci sono risposte razionali  se non il fatto che proprio questi luoghi oggi così impervi  rappresentavano un tempo un  rifugio per chi doveva in qualche modo proteggersi o nascondersi. Nato probabilmente  verso la metà del Seicento (a questo periodo  risalgono infatti i primi documenti noti), per lungo tempo Pianaccio fece parte del comune di Monte Acuto delle Alpi anche se i suoi abitanti mal digerivano questa situazione, in particolare la dipendenza dalla chiesa di San Niccolò dove erano costretti a recarsi la domenica per assistere alle funzioni religiose. Un aspetto che oggi può fare sorridere  ma che all’epoca  rappresentava un segno di sottomissione difficile da accettare per i fieri pianaccesi. Così nel 1736, grazie all’aiuto di un sacerdote,  don Giovanni Nanni, eressero un piccolo oratorio dedicato ai Santi Giacomo ed Anna e lo dotarono del denaro sufficiente per il mantenimento di un cappellano. Morto don Giovanni  gli abitanti di Monte Acuto chiesero ed ottennero che l’oratorio fosse declassato a “beneficio semplice”,  cioè senza sacerdote, con l’obbligo di sole dodici messe l’anno.  Ne nacque un contenzioso durato  anni   che portò gli abitanti di Pianaccio a ricorrere addirittura al Papa risoltosi grazie all’aiuto di un altro sacerdote, don Marco Biagi, che ottenere di nuovo il diritto alla messa festiva. Non contenti, a scanso di equivoci,  aumentarono la rendita parrocchiale ed ottennero che la chiesa fosse  dichiarata prima sussidiale e poi, nel 1830, “parrocchia libera, indipendente, con fonte battesimale”.  
Dal centro del paese partono numerosi sentieri che consentono di visitare il territorio del Parco regionale del Corno alle Scale mentre, seguendo la strada asfaltata, è possibile raggiunge la località Segavecchia il cui  nome fa pensare all’esistenza di un luogo per la lavorazione del legname. Ma se la presenza quassù di una segheria è facile da immaginare, l’aggettivo vecchia appare invece del tutto ingiustificato. Esiste però un’altra ipotesi: collegare questo  termine ad un antico rito di mezza Quaresima. Era uso infatti in molte zone dell’Appennino e probabilmente anche a Pianaccio, interrompere per un giorno il periodo penitenziale bruciando, a volte anche segando, un fantoccio raffigurante una vecchia decrepita che rappresentava la Quaresima. Una parentesi di spensieratezza d’origine pagana, proprio per questo osteggiata duramente dalla chiesa, da cui l’ipotesi della  possibile derivazione del nome Segavecchia, cioè un luogo distante dal paese, al riparo quindi da qualsiasi controllo, dove anticamente gli abitanti del paese si ritrovavano in gran segreto per rinnovare l’antico rito quaresimale di segare la vecchia.
L’orgoglioso attaccamento che hanno i pianaccesi verso le loro tradizioni li porta ancora oggi ad essere l’unico luogo della zona dove è possibile assistere all’antico  rito della “castgnadura”. Dai primi giorni di ottobre i boschi che circondano il paese cominciano ad animarsi: è il tempo della raccolta delle castagne, le donne (soprattutto)  munite di tracolla (carnero) con le mani abili e velocissime cominciavano la raccolta dei frutti. Un’operazione che si protrae per diversi giorni, mai però oltre i Santi  quando per antica usanza arrivava il tempo dei “ruspadori”,  cioè dei paesani che non  possedevano  castagneti. In fondo il bosco ed i suoi frutti erano un patrimonio di tutti e tutti, anche i più poveri, dovevano avere la possibilità di sfamarsi.  Terminata la raccolta si trasportavano le castagne al “casone”, l’essiccatoio,  un fabbricato di modeste dimensioni  dotato di due sole aperture: una  piccola in alto che serviva per far entrare le castagne ed una al piano terreno per fare fuoco.  Un fuoco lento, ininterrotto per quaranta giorni, che doveva bruciare senza fiamma in modo che al graticcio  arrivasse solo il calore.  Ogni tanto poi bisognava girare le castagne, prima si accatastavano ai quattro lati e si cominciavano a stenderle di nuovo  seguendo con cura l’ordine inverso. Trascorso il lungo periodo di attesa nel corso del quale le castagne venivano sorvegliate con cura quasi ininterrottamente, si passava alla fase della pulizia della buccia, prima dentro un bigoncio battendole con una grossa stanga di legno e poi,  liberate definitivamente dalle ultime impurità, con la “vassora” facendole roteare ritmicamente in aria. L’ultimo passaggio era al mulino che trasformava  la fatica di oltre due mesi di lavoro nella  farina. 

martedì 31 luglio 2018

Fazzoletti di asparagi e brie

Questi fazzoletti li ho mangiati per la prima volta da mia cognata, li ho subito rifatti perchè in casa mia ne sono rimasti innamorati. Le dosi sono ad occhio e a piacimento, la quantità della panna liquida per la salsa è sicuramente abbondante.

Fazzoletti di asparagi e brie

Ingredienti

asparagi
scalogno
brie
burro
sale
pepe
1/2 l panna liquida
1/4 panna da cucina
parmigiano
una bustina zafferano
porro

Tagliare gli asparagi a pezzetti. Fare soffriggere abbondante scalogno nel burro, saltare gli asparagi in padella insieme allo scalogno, aggiungere un poco di acqua per cuocere, salare pepare.
Preparare le crepes. Mettere al centro di ogni crespella asparagi, scalogno e una fettina di formaggio brie (o altro) chiudere a sacchetto legandoli con delle striscioline di porro. Mettere in forno per 15 minuti a 180° con sopra qualche fiocchetto di burro.
Preparare la crema: unire la panna da cucina, la panna liquida, lo zafferano e mettere su un fornello. Portare quasi a bollore. Unire abbondante parmigiano o grana. Spegnere.
Mettere sul fondo del piatto la crema poi la crespella e sopra un poco di crema e qualche pezzetto di asparagi tenuto da parte. Servire.