lunedì 25 gennaio 2021

Calende! non converte però...


Oggi San Paolo, il tempo non converte (non è completamente sereno) però io le ho fatte e ve le trascrivo. Solitamente non ci prenderà alla perfezione ma sono da guida :-).

Le previsioni per questo anno sono (prima e seconda quindicina):

Gennaio             brutto                brutto

Febbraio            brutto                brutto

Marzo                bello                 brutto

Aprile                brutto                brutto

Maggio              brutto               variabile

Giugno              bello                 umido

Luglio               bello                 bello

Agosto              bello                 brutto

Settembre         brutto                bello

Ottobre             brutto                variabile

Novembre        variabile            bello

Dicembre         bello                  bello

sabato 28 marzo 2020

Omelia del Papa 27.03.2020

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA IN TEMPO DI EPIDEMIA PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE FRANCESCO

Sagrato della Basilica di San Pietro Venerdì, 27 marzo 2020

MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).


Benedizione Urbi et Orbi e Indulgenza plenaria

27.3.2020 ore 18
Da Vatican News
Immagini, segni e parole della preghiera per il mondo che Francesco ha voluto celebrare per implorare la fine della pandemia
Il Protagonista della preghiera che la sera del 27 marzo - anticipo del Venerdì Santo - Papa Francesco ha celebrato in una Piazza San Pietro vuota e sprofondata in un silenzio irreale, è stato Lui. Il Crocifisso, con la pioggia battente che gli irrigava il corpo, così da aggiungere al sangue dipinto sul legno quell’acqua che il Vangelo ci racconta essere sgorgata dalla ferita inferta dalla lancia.
Quel Cristo Crocifisso sopravvissuto all’incendio, che i romani portavano in processione contro la peste; quel Cristo Crocifisso che san Giovanni Paolo II ha abbracciato durante la liturgia penitenziale del Giubileo del 2000, è stato protagonista silenzioso e inerme al centro dello spazio vuoto. Persino Maria, Salus populi Romani, incapsulata nella teca di plexiglass divenuta opaca a causa della pioggia, è sembrata cedere il passo, quasi scomparire, umilmente, di fronte a Lui, innalzato sulla croce per la salvezza dell’umanità.
Papa Francesco è apparso piccolo, e ancora più curvo mentre saliva non senza fatica e in solitudine i gradini del sagrato, facendosi interprete dei dolori del mondo per offrirli ai piedi della Croce: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. L’angosciante crisi che stiamo vivendo con la pandemia “smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità” e “ora mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: Svegliati Signore!”.
La sirena di un’ambulanza, una delle tante che in queste ore attraversano i nostri quartieri per soccorrere i nuovi contagiati, ha accompagnato insieme alle campane il momento della benedizione eucaristica Urbi et Orbi, quando il Papa, ancora solo, si è riaffacciato sulla piazza deserta e sferzata dalla pioggia tracciando il segno della croce con l’ostensorio. Ancora, il Protagonista è stato Lui, quel Gesù che immolandosi ha voluto farsi cibo per noi e che anche oggi ci ripete: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?... Voi non abbiate paura”.





Covid19

L'epidemia da coronavirus si chiama Covid-19. L'Oms: "Primo ...

La COVID-19 (acronimo dell'inglese COronaVIrus Disease 19), o malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2 (dall'inglese Severe acute respiratory syndrome coronavirus 2, nome del virus) o più semplicemente malattia da coronavirus 2019, è una malattia infettiva respiratoria causata dal virus denominato SARS-CoV-2 appartenente alla famiglia dei coronavirus. I primi casi sono stati riscontrati durante la pandemia di COVID-19 del 2019-2020.

Una persona infetta può presentare sintomi dopo un periodo di incubazione che può variare tra 2 e 14 giorni circa (o raramente ci sono stati casi di 29 giorni), durante i quali può comunque essere contagiosa. Per limitarne la trasmissione devono essere prese precauzioni, come adottare un'accurata igiene personale, lavarsi frequentemente le mani e indossare mascherine. Coloro che ritengono di essere infetti devono indossare una mascherina chirurgica e chiamare immediatamente un medico al fine di ricevere appropriate indicazioni.
Il coronavirus colpisce principalmente il tratto respiratorio inferiore e provoca una serie di sintomi descritti come simil-influenzali,tra cui febbre, tosse, respiro corto, dolore ai muscoli, stanchezza e disturbi gastrointestinali quali la diarrea; nei casi più gravi può verificarsi una polmonite, una sindrome da distress respiratorio acuto, sepsi e shock settico, fino ad arrivare al decesso del paziente. Non esiste un vaccino o un trattamento specifico per questa malattia. Attualmente il trattamento consiste nell'isolare il paziente e nel gestire i sintomi clinici.
La malattia venne identificata per la prima volta nei primi giorni del 2020 dalle autorità sanitarie della città di Wuhan, capitale della provincia di Hubei in Cina, tra i pazienti che avevano sviluppato una polmonite senza una causa chiara.
Intorno a metà dicembre 2019, le autorità sanitarie della città di Wuhan in Cina (circa 11 milioni di abitanti), riscontrarono i primi casi di pazienti che mostravano i sintomi di una "polmonite di causa sconosciuta"; questo primo gruppo di malati era in qualche modo collegato al locale mercato del pesce, costituito da circa un migliaio di bancarelle su cui si vendevano anche polli, fagiani, pipistrelli, marmotte, serpenti, cervi macchiati e organi di conigli oltre ad altri animali selvatici. Fin da subito venne ipotizzato che si trattasse di un nuovo coronavirus proveniente da una fonte animale (una zoonosi).
Il ceppo responsabile della pandemia è stato identificato nei primi giorni di gennaio 2020 e designato SARS-CoV-2 o "Nuovo Coronavirus di Wuhan", mentre il suo genoma è stato pubblicato il 10 gennaio.
A marzo 2020 il tasso di mortalità e di morbilità dovuti alla malattia non sono ancora ben chiari; mentre nel corso dell'attuale pandemia la mortalità tende a cambiare nel tempo, la percentuale di infezioni che progrediscono verso una malattia diagnosticabile rimane ancora non definita. Tuttavia, la ricerca preliminare sulla COVID-19 ha rilevato un tasso di letalità compreso tra il 9% e il 11% e, nel gennaio 2020, l'OMS ha suggerito che questo valore potesse essere di circa il 3%. Uno studio effettuato su 55 casi fatali ha rilevato che le prime stime sulla letalità potrebbero essere troppo elevate poiché non sono state prese in considerazione le infezioni asintomatiche stimando, dunque, un tasso di letalità (la mortalità tra gli infetti) compreso tra lo 0,8% includendo i portatori asintomatici e il 18% includendo solo i casi sintomatici della provincia di Hubei.
Al 22 marzo 2020, sono stati confermati 301 400 casi, con 91 308 guarigioni e 12 303 morti.

Infezioni sono state segnalate in gran parte del mondo occidentale e in Asia, principalmente in coloro che provenivano dalla Cina continentale, con trasmissione riscontrata anche in Germania, Francia, Italia, Hong Kong, Vietnam, Thailandia, Singapore, Giappone, Corea del Sud, Australia. I decessi sono stati segnalati nella Cina continentale, nelle Filippine, e a Hong Kong. A partire dall'11 febbraio 2020, solo la Cina continentale è elencata come un'area con trasmissione di comunità in corso.[22]

Quarantena ai tempi del coronavirus

Giorno x di quarantena e isolamento.  Arrivano voci dalla Cina che una intera città, Wuhan, è stata colpita da un misterioso nuovo virus molto pericoloso ad alta diffusione. Impressiona vedere queste strade deserte, dei droni che redarguiscono persone che escono di case senza mascherina e intima loro di tornare immediatamente indietro, sembra un film di fantascienza.In Cina poi, dove l'ultra affollamento è di norma...ma è là. Dispiace, ci preoccupa, ma è là.
Ma come canta una famosa canzone di Tozzi, "tanto prima o poi gli altri siamo noi"...e infatti, una mattina del 21 febbraio, ignari ci alziamo , con solo un piccolo timore dato da una coppia cinese in viaggio in Italia che era stata ricoverata allo Spallanzani perchè colpita da Coronavirus, oggi COVID 19, e veniamo gelati da una notizia che non avremmo mai voluto sentire: "Un uomo è stato ricoverato all’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, con una forte insufficienza respiratoria. È risultato positivo al test del coronavirus. Non è stato n Cina, ma avrebbe avuto contatti con un amico rientrato dal Paese". Con il tempo si appurerà che l'amico non era positivo e non si troverà mai il paziente 0. Fatto sta che inizia questo strano, surreale, inimmaginabile periodo di sospensione della vita.
Via via si susseguono casi, Codogno diventa zona rossa, la Lombardia la regione più colpita, ma poi ogni regione viene contagiata.
Gli italiani diventano gli untori del mondo, solo perchè le altre nazioni evitano di fare tamponi ai loro ammalati, e a quelli che vengono fatti e dichiarati contagiati sono passati tutti per Codogno.
A questo punto mi assale una curiosità irrefrenabile e mi domando dove sia esattamente Codogno e perchè io non ci sono mai stata, nemmeno a prendere un caffè nel tristemente famoso bar dove sono passati tutti i viaggiatori colpiti nel mondo.
Per giustizia di cronaca: Codogno è un comune italiano di 15 978 abitanti della provincia di Lodi, in Lombardia. Oltre a essere il centro principale della pianura nota come Basso Lodigiano, è la seconda città più popolata della provincia di Lodi e il principale centro, dopo il capoluogo, per importanza storica, economica e per numero di abitanti.
Da allora è trascorso poco più di un mese e quello che si prevedeva, purtroppo si è verificato.
Ora ci troviamo a dover vivere in casa propria, mantenendo distanze tra un individuo e l'altro superiore al metro e mezzo, lavarci le mani con sapone o detergente più volte possibile al giorno, ritrovandoci con pelle secca e screpolata, perchè pare che questo virus si diffonda toccandosi occhi, naso e bocca, mentre con il sapone, la "pellicola" (non conosco il termine esatto) che ricopre il virus viene staccata impedendogli così di sopravvivere, usciamo con mascherine introvabili FFP2-FFP3 e guanti mono uso.
Le attività considerate non essenziali sono tutte chiuse, rimangono operativi i negozi e i produttori alimentari, le città e i paesi deserti; si può infatti uscire solo con il modulo di autocertificazione

una volta a settimana, una persona per famiglia ed evitare assembramenti, pena multa salata e per i casi più gravi anche una denuncia penale. Chi ha cani può portare fuori solo per un giro intorno al proprio fabbricato, regalando così un paesaggio surreale, un silenzio assordante e unica "compagnia" i programmi televisivi monopolizzati dal coronavirus..
La nostra vita è cambiata, come sarà è impossibile prevederlo, possiamo solo collaborare per aiutare chi sta affrontando questa emergenza in prima linea, con l'unica cosa che sembra essere utile e continuando a pregare...#iorestoacasa

domenica 8 marzo 2020

E allora slegate le campane...


E allora slegate le campane: un doppio alla bolognese contro il male
Dopo aver indicato la novena «per chiedere alla Madonna di San Luca di intercedere per la protezione delle nostre città e paesi dal male» dell’epidemia, l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi ha anche invitato «tutte le chiese della diocesi a suonare le campane alle ore 19 da domenica 8 marzo fino a martedì 17 marzo in contemporanea alla Novena da lui presieduta alla stessa ora».
Ma perché suonare le campane in questa occasione così particolare? Qual è il loro significato? Forse assordati dal rumore delle nostre città abbiamo dimenticato lo scampanio delle chiese e soprattutto sono pochi a conoscere il significato di quel suono.
Per capire il senso più profondo delle nostre campane, bisogna andare a vedere l’antico rituale di benedizione. La campana veniva, per così dire, “battezzata”: veniva aspersa con acqua esorcizzata, consacrata con l’unzione dell’olio, e le veniva dato un nome. Poi veniva incensata. Solo così la campana può svolgere la sua funzione di araldo del Vangelo, che porta l’annuncio del primato di Dio ovunque e caccia ogni infestazione maligna.
L’idea fondamentale è che il suono si diffonde nello spazio; dunque, dove giunge questo suono “consacrato”, lo spazio viene riconquistato a Cristo, la mente viene elevata al ricordo di Dio e le infestazioni del maligno vengono messe in fuga. E’ per questo che le orazioni dell’Ordo ad campanam consecrandam del Pontificale Romanum (1961-1962) domandano a Dio che, per il suono di queste campane, «cresca la devozione e siano respinte tutte le insidie dei nemici», come anche il fragore della grandine, la tempesta, etc.
Le campane, come esplicitamente richiamato dalle tre orazioni, sono le nuove trombe d’argento di Mosé (Num. 10, 2), che chiamano il popolo alla preghiera; sono le trombe fatte suonare da Giosué nella presa di Gerico (Gs. 6, 1-14); ed ancora sono la voce di Cristo che seda la tempesta (Mc. 4, 39).
Il doppio bolognese
Non molti sanno che la nascita dello stile bolognese si fa risalire al 24 febbraio 1530, sul campanile della Basilica di San Petronio, quando i campanari della chiesa inventarono un nuovo metodo di
suonare i sacri bronzi, allo scopo di solennizzare il più possibile l’incoronazione di Carlo V impera-tore del Sacro Romano Impero da parte del papa Clemente VII.
La presenza simultanea del papa e dell’imperatore a Bologna portò alla  nascita di quest’arte che, nel tempo, si modificò ed andò sempre migliorando, trasmessa di generazione in generazione fino ad oggi.
Questa particolare tecnica esecutoria ha scatenato quella che oggi è la tradizione campanaria bolognese. Quando si parla del sistema bolognese e se ne indica la nascita nel XVI secolo si sta in realtà parlando della nascita del doppio. L'origine del nome è semplice: siccome originariamente sui campanili veniva issata una sola campana, quando se ne aggiunse un'altra il suono ottenuto dai rintocchi alternati dei due bronzi fu chiamato “a doppio”. Le campane venivano messe in piedi (bocca rivolta verso l'alto) "alla muta", cioè con il battaglio legato perché non suonasse, e poi puntellate. Le campane presentavano (e presentano tuttora) una struttura apposita che consentisse di spostare lo strumento senza doverlo toccare direttamente: la "capra". Molto simile ad un cavalletto, la capra, di forma trapezoidale, è fissata lateralmente alla campana, direttamente sul ceppo. Si può così fare affidamento sulla stanga, o asta, una piccola trave posta a circa metà dell'altezza della campana. I campanari "travaroli" si posizionavano quindi sulle travi dell'incastellatura e facevano ruotare i bronzi a turno, cambiando ogni volta il verso di rotazione. Col passare degli anni si aggiunsero una terza ed una quarta campana fino ad arrivare, nel corso dell'800, a concerti di cinque campane suonabili a doppio.

sabato 7 marzo 2020

Novena Cardinale Zuppi

Per un bolognese come me, è difficile, davvero tanto, non potersi recare sul colle della Guardia a pregare la Madonna di San Luca, il riferimento spirituale di chi è nato ai piedi del Santuario.
A me manca tanto non potere andare, ma le regole sono regole le accetto, con la speranza di poterci andare quanto prima e pregando comunque, che dall'alto della sua posizione, continui a vegliare su di noi e a proteggerci come ha sempre fatto.
Ringrazio quindi il Cardinale Mons. Zuppi, che ci ha dato la possibilità di pregare almeno virtualmente durante la novena da lui proclamata. E' stata davvero una consolazione e una iniezione di fiducia per me.
Il messaggio del Cardinale:
"L’arcivescovo ha indetto una novena di preghiera con la recita del Rosario a partire da domenica 8 marzo alle ore 19 e fino a martedì 17. “Maria è la Chiesa madre che non cessa di pregare per i suoi figli. Tutti e sempre – scrive l’arcivescovo Zuppi in un messaggio alla diocesi che verrà pubblicato su Bologna Sette e diffuso attraverso il sito della Chiesa di Bologna e il settimanale televisivo 12Porte –. Indìco una novena per chiedere alla Madonna di San Luca di intercedere per la protezione delle nostre città e paesi dal male. Per nove giorni vi invito a recitare il Rosario ovunque vi troviate, uniti tutti spiritualmente a Lei e tra di noi, unanimi nella preghiera come gli apostoli con Maria nel giorno di Pentecoste. Chi può, alle ore 19 collegandosi in streaming, si unisca con noi alla preghiera che reciterò davanti ad un’immagine della Madonna di San Luca".
Grazie Cardinale!

mercoledì 19 febbraio 2020

30 Anniversario diacono - Auguri Alfonso!

Ieri a Viadagola abbiamo avuto l'onore e la fortuna di festeggiare Alfonso, il nostro diacono, la persona sempre pronta ad aiutare quando c'è bisogno, la persona che ha sempre una parola da comunicarti, un sorriso da regalarti.
Una funzione solenne accompagnata dai parroci attuali e quelli che hanno accompagnato la sua funzione in passato, tanti fedeli presenti, si respirava aria di festa come in poche occasioni succede.
E dopo la cerimonia, ovviamente, si è a Viadagola, non ci si può salutare con auguri e arrivederci, bisogna finire in goliardia, come da più rigorosa tradizione, ovvero tutti a tavola.
Non si può che augurare il meglio al nostro diacono, che ci accompagni ancora per tanti e tanti anni ancora.
“Servo per amore, sacerdote dell'umanità”… che tu possa seguire le orme di Gesù con passione e fede. “Che io non cerchi tanto d'essere amato, quanto di amare” – San Francesco d'Assisi. Che il Signore benedica te, la tua scelta, la tua vita e quella delle persone che ti incontrano, auguri!
Alcuni momenti della cerimonia:


venerdì 10 gennaio 2020

Piadina romagnola

Ho ritrovato questa ricetta di Carla Nanni...ho voluto provarla.... Non differenzia molto da quella di Giorgia ed ottima anche il giorno successivo. Rimane un pò più alta, ma davvero appetitosa.Grazie Carla!

PIADINA ROMAGNOLA "AMBRA" di Carla Nanni

Ingredienti

1 kg di farina
170 gr strutto
2 bustine di lievito per dolci
1 pizzico di sale
1 pizzico di zucchero
latte q.b. a temperatura ambiente

a piacere:
1 uovo intero, buccia di limone grattugiata

Sulla spianatoia mettere la farina a fontana. Unire lo strutto, lo zucchero, il sale, il lievito e, se si desiderano, buccia di limone e un uovo (io non li ho messi).Impastare tutti gli ingredienti aggiungendo latte fino a che l'impasto risulta di media consistenza; prelevarne un piccolo pezzo e stenderlo in modo da ottenere un disco di diametro circa 20 cm e spessore 3 mm circa.Cuocere sul testo di terracotta oppure in una padella di ferro ben riscaldata, rigirando quando sulla superficie si sono formate delle bollicine marroni.Servire calda come accompagnamento a salumi, formaggi molli...

Panone


Questa è la ricetta che facevano in casa di mio marito. Sono buoni, molto.
Di questo dolce esistono innumerevoli ricette, ogni famiglia aveva la sua e veniva conservata gelosamente: più una famiglia era benestante, più ingredienti incorporava all'impasto e il dolce diventava ricco.
E' un dolce tipico della campagna bolognese, dove si usavano soprattutto ingredienti poveri, quali noci, fichi essicati, uvetta sultanina.
Appartenente alla città di Bologna è, invece, il certosino. Questo ha in comune con il panone le decorazioni fatte con canditi, il cioccolato e la frutta secca, ma ha una consistenza differente: il panone è più vicino ad una torta lievitata, il certosino rimane più basso.
Il certosino, veniva chiamato anche panspeziale.
La ricetta è molto antica e risale al medioevo, quando era prodotto dai farmacisti (o "speziali"). Solo in un secondo tempo furono i frati certosini a prendersi carico della sua produzione. Furono i frati della Certosa, che cominciarono a fabbricare il panspeziale per primi. Lo fecero così bene che il dolce cambiò nome, prendendo quello della confraternita.

Panone di Natale

Ingredienti

Moniaca per ogni kg 10 grammi
Farina 1 Chilo
Cacao 200 grammi
zucchero 500 grammi
scorzetta 200 grammi
canditi 200 grammi
uva sultanina 200 grammi
mandorle 200 grammi
brustulini (arachidi) 200 grammi
zucchero di vaniglia 100 grammi
fichi secchi 100 grammi
pinoli 200 grammi
4 uova
burro 200 gr
1 vaso da 1 kg di mostarda o marmellata

Si mette a bagno l'uvetta con il vino, poi si utilizza tutto vino compreso per l'impasto e si impasta con marmellata tanta quanta ne occorre per amalgamare.Cuocere in forno a 180 gradi per 40 minuti circa, prova stecchino (ovvero quando le pareti si staccano è pronto). All'uscita dal forno si lucida con miele e si bagna con brandy. Conservare coperto con pellicola. Si conservano a lungo.

Budino di pane e frutta con caramello

Questo dolce è un modo innovativo per utilizzare le colombe: la ricetta ce l'ha passata Laura Feruli, da un corso di Gianfranco, semplice, ma buona buona!


Budino di pane e frutta con caramello

Per uno stampo da plumcake di cm 22x8

Per il budino:
300 gr pan brioche (o recupero di panettone, colomba...)
200 gr latte
40 gr panna
50 gr zucchero
80 gr uova
200 gr frutta soda (fragole, pesche, albicocche, mirtilli..)
maraschino o succo di limone

Portare a bollore il latte con la panna e versarlo a filo sulle uova montate con lo zucchero, profumare con il maraschino.Imburrare lo stampo e creare sul fondo uno strato con il pan brioche tagliato a fette alte circa 1 cm e tolto il bordo.Inzuppare con il composto di uova e latte poi disporre sopra uno strato di frutta tagliato a fette, coprire con un altro strato di pan brioche e inzuppare nuovamente. Continuare alternando gli elementi e terminare con il pane. Premere bene e passare in forno a 130 gradi per 35 minuti.Fare raffreddare completamente e sformare.


Per il caramello

2 dl di succo d'arance
80 gr zucchero
40 gr acqua

Fare un caramello con lo zucchero e l'acqua e sfumare con il succo d'arancia, mescolando bene.
Montaggio del dolce
Mettere sul dolce un filo di caramello, tagliarlo e servirlo con caramello e insalata di frutta fresca.

Pesche dolci

Non ricordo la fonte della ricetta, è comunque da provare!
Cosa dire? semplicemente deliziose!

PESCHE

Ingredienti

500 gr di farina,
200 gr di zucchero
2 uova
100 gr di burro fuso
1/2 bicchiere di latte
1 bustina di lievito
scorza di limone
liquore Alchermes

Crema pasticcera

1 l latte
8 tuorli
8 cucchiai di zucchero
4 cucchiai di farina

Mescolare la farina con lo zucchero il lievito la vanillina e la scorza di limone, aggiungere poi alle uova il burro, il latte e mescolare alle polveri. L'impasto deve risultare duro. Fare delle piccole palline che vanno velocemente passate in forno caldo a 180/200 per circa 10 minuti.
Preparare la crema, solito modo e fare raffreddare.
Bagnarle con l'alchermes, mettere la crema (volendo nutella) tra due palline e passarle rapidamente nello zucchero. Sono da preparare almeno 4/5 ore prima e sono una squisitezza.

Biscotti colazione


Questa è la ricetta di una zia di mio marito, la zia Mirella. Si conservano a lungo in un vaso o in un contenitore di latta.



Biscotti da colazione zia Mirella 


Ingredienti

600 gr farina
50 gr fecola
4 uova
200 gr burro
230 gr zucchero
1 dose per dolci
un pizzico di sale
scorza e sugo di limone
vaniglia

Impastare gli ingredienti, formare i biscotti nelle forme desiderate. Io ho diviso l'impasto in 4 parti, ad una ho aggiunto 100 gr di uvetta ammollata, asciugata e infarinata.
Ad un'altra parte ho aggiunto, invece, della cioccolata a scaglie. La terza l'ho mantenuta semplice e all'ultima ho aggiunto della farina di mandorle, all'incirca 40 grammi.
Infornare a 160 gradi per 15-20 minuti. Fare raffreddare possibilmente su una grata.

Crostata Cristopher


Questa splendida crostata io l'ho solo mangiata: l'ha fatta Carla Nanni, e la ricetta è sua.
Semplicemente deliziosa!
Crostata Cristopher

Ingredienti

300 gr. farina
130 gr. zucchero semolato
1 limone non trattato (buccia grattugiata e succo filtrato)
120 gr. burro
1 cucchiaio di liquore (cognac o rhum)
1 bustina di lievito per dolci
2 uova intere
Marmellata a piacere
Teglia diam. 26 imburrata e cosparsa di pangrattato oppure coperta con carta-forno


Mescolare la farina con il lievito e lo zucchero e fare la fontana, mettere al centro il burro un po’ morbido, le uova, la buccia e la metà del succo del limone.
Se le uova sono molto piccole, usare tutto il succo.
Aggiungere anche il liquore e impastare brevemente e velocemente.
Raccogliere a palla, prelevare la metà dell’impasto (non serve il riposo in frigo) e stenderlo nella teglia, mettervi sopra la marmellata e, con il restante impasto, creare la grata.
Cuocere in forno a 180° per 35 min.

Torta giostra

Questa l'ha fatta la mia maestra PORZIA, che ha servito al battesimo del suo nipotino Enrico, credo che la foto parli da sola, senza necessità di commenti...è talmente bella da sembrare irreale.
Si tratta di un pan di spagna rivestito di uno strato sottile di glassa bianca, sul quale è stato montato una struttura di alzata per torte, la base celeste è di polistirolo rivestito di pasta di zucchero su cui si ha fatto aderire aerei, coniglietti, macchinine ecc....
Per la capannina, che poggiava sul dischetto superiore dell'alzatina ha ritagliato un cono di cartoncino e poi ha fatto aderire un disco di glassa bianca e una volta asciugata, ha ritagliato dei triangoli di giusta misura di color celeste attaccandoli con qualche goccia di cioccolato bianco.
La pasta con cui sono stati fatti i cavallini della giostra e anche quelli donati come bomboniera è pasta al miele, di cui riporto sotto la ricetta.


BISCOTTI AL MIELE DA DECORARE 

Ingredienti

Farina g 350
zucchero g 100
burro g 100
miele g 100
Uova 1 piccolo oppure 1/2

Inoltre:
glassa da copertura, coloranti, cioccolato, albume, cacao
chiodi di garofano, stampini vari

Procedimento:
Sciogliere se necessario il miele e preparare la pasta frolla, stendere allo spessore di 1/2 cm, ritagliare i biscotti e infornare su carta forno per 20 minuti a 180°.
Stendere la glassa piuttosto sottile, aiutandosi con poco amido di riso, ritagliare la glassa con lo stesso coppapasta dei biscotti, pennellare gli stessi con poco albume mescolato a zucchero a velo e far aderire la glassa.Decorare a piacere
Questa ricetta è tratta dal blog di Pinella, è squisita. Si serve come aperitivo, perfetta per un buffet. Il mio consiglio personalissimo è di sostituireil lauro con il basilico.
Dimenticavo: è anche velocissima da fare, 15 minuti!


Cubotti pomodoro,ricotta e olive

Per la base di pomodoro:

3 uova
90g di farina
1 barattolo di polpa di pomodoro1 spicchio d'aglio
1 foglia di lauro
80g di olive nere denocciolate
sale
pepe

Per l'impasto di ricotta:

1 uovo
250g di ricotta vaccina morbida
20g di farina
1 cucchiaio di origano
sale pepe

In una casseruola mettere la polpa di pomodoro, aggiungere la foglia di alloro, lo spicchio d'aglio, salare pepare e cucinare a fuoco medio per 10 minuti.Togliere la foglia di lauro e l'aglio.Sbattete le uova, aggiungerle alla salsa di pomodoro (tiepida/fredda), salare, pepare aggiungere la farina, mescolare bene ma non energicamente.Prendere le olive, asciugarle con della carta assorbente, tagliarle a pezzetti e aggiungerle alla salsa di pomodoro sempre mescolando. Versare il composto in una teglia quadrata ben imburrata. Preriscaldare il forno a 180 gradi. Mettere la ricotta in una ciotola con il sale, il pepe e l'origano. Mescolare con una frusta molto bene, incorporate l'uovo, la farina e mescolate nuovamente. Mettete tutto questo composto in una sac à poche con una bocchetta liscia e siringare andando in profondità alla base di pomodoro. Con il restante composto prendere un coltello e con la punta create un effetto marmorizzato sulla superficie. Infornate per circa 15 minuti. Quando sarà pronto tagliate a cubotti o a rettangoli .

Lombetto fantastico

Questa ricetta la provai, così, quasi come una sfida, alcuni anni fa. ..bè da allora, non passa anno che in questa stagione non la rifaccia...e mi diverto pure con la sfida di stagionare il lombo:-)
E' fresca, ottima sia come aperitivo, che come secondo. Ne mangerei in continuazione.


Lombetto di Elena Resta

per due persone

Ingredienti

1 arancia pelata a vivo e successivamente affettata a spicchi molto sottili
500 gr lombetto NON stagionato affettato molto sottile
valeriana
cimette di sedano
sedano e carote sott'aceto tagliate in dadolata molto piccola (4 cucchiai)
olio extra vergine leggermente acido (tipo il Brisighello)
sale pepe
pochissimo aceto caldo

Comporre i piatti disponendo uno strato di valeriana e fette di arancia spruzziamo con l'aceto bollente, saliamo e pepiamo. Disponiamo sopra le fette di lombetto. Vi disponiamo sopra ancora le cimette di sedano e la dadolata di sottaceti. Mettiamo ai lati qualche altra fetta di arancia. Condiamo con olio e pepe.

venerdì 20 dicembre 2019

Crema alla marmellata,





Questa ricetta risale a tanto tempo fa, il librino, dove l'ho recuperata, ha dosi in once..per darvi una idea.

Crema alla marmellata

Prendere una tazza di marmellata, aggiungervi zucchero di vaniglia e da caffè e dello spirito (alchermes o misto per dolci ndr). Fare una crema di quattro uova.
Prendere un etto di cioccolata, stemperarla con un poco di latte e unirvi un tuorlo. Versarla nella crema.
Fare un'altra crema di quattro uova e aggiungervi un etto di mandorle tritate tra dolci e amare (io ho usato solo le dolci, le amare non si trovano più) tritate molto fini.
Prendere due stampi da budino da 1,5 litri.
Si prendono 40 savoiardi e si tagliano a metà. Si prende metà strega e metà alchermes, si intingono e si fa la camicia agli stampi alternando il bianco con il rosso.
Si versa un poco di crema, poi si fa uno strato di savoiardi bianco e si cosparge con la marmellata, un altro strato di savoiardi rosso, e si mette l'altra crema. E via così, si finisce con quello che si inizia.
Si ripone al fresco per una notte, si capovolge e si mangia.
Era il dolce delle feste di una prozia di mio marito, e lui mi ha detto che era esattamente così, l'ho riportato alla sua infanzia...

lunedì 4 novembre 2019

Raccolta delle olive

Mi avvicino a questo argomento, di cui ero totalmente ignorante  grazie a Federica, la mia prima bimba.
Il luogo di raccolta è Atessa, in Abruzzo. Da loro il tempo sembra essersi fermato, ancora si mantengono principi e valori che vanno ormai scomparendo nella maggior parte delle città metropolitane e in alcuni casi anche nelle lavorazioni si rispettano  rigorosamente tradizioni ed usanze.  La varietà di olive è la Gentile di Chieti. Ne deriva una qualità di olio extra vergine di oliva davvero ottimo. Quando lo assaggi ti rimanda subito  all'inconfondibile sapore delle olive appena raccolte con una piccantezza non sgarbata, molto gradevole.
Davvero un ottimo olio. Ringrazio Federica per avermi dato l'opportunità di venire a conoscenza di questo prodotto e della lavorazione che occorre per ottenerlo.
La raccolta delle olive è occasione di riunione e di allegria,si cantano canzoni,si raccontano storie e si giunge alla sera stanchi,ma soddisfatti e felici, accompagnate da "merende" sul campo che non hanno nulla da invidiare a banchetti succulenti, anzi se si aggiunge l'aria buona, il sole e la compagnia sono momenti davvero speciali.

Qualche anno fa...Le olive vengono raccolte tra fine ottobre e novembre. E' un lavoro faticoso, che si fa raccogliendo le olive dal terreno o dai rami.
La raccolta delle olive cadute sul terreno o tra l'erba era un lavoro molto scomodo e da persone pazienti, delegato alle donne e i più giovani. Gli uomini raccoglievano appollaiati sui rami e sulle scale di legno stando in equilibrio sui pioli  e incominciavano a cogliere le olive: prendendo con la mano sinistra un rametto, con la destra strisciavano in modo da far cadere i frutti nella cestella legata alla cintola dei pantaloni o con una corda girata intorno alla vita. Questa cestella veniva costruita dai contadini stessi intrecciando vimini,  canne o sbrocchi di olivo, attorno ad un telaio costruito intorno a un pezzo di legno robusto, per lo più olivo.
Altri si occupavano di porre le olive in contenitori che venivano caricati sui carri. A casa le olive venivano distese sul pavimento di una stanza arieggiata e sana, oppure su  cannicci, stuoie o in cassette di legno, le stesse utilizzate per la raccolta dell'uva, in modo da conservarle evitando fermentazioni. Dopo qualche giorno venivano portate al frantoio con il carro trainato da buoi.Questo lavoro di raccolta poteva durare anche diversi giorni essendo dipendente dal numero di olivi del podere. Lo scambio di aiuto reciproco nei lavori tra le famiglie contadine, anche in questo caso, rappresentava uno dei più importanti aspetti sociali e non poteva mancare il momento della socialità e del convivio per le squadre di lavoratori e le loro famiglie.
Successivamente  e, mentre venivano lavorate al frantoio, era uso aspettare avanti al camino assaggiando l'olio appena prodotto dagli amici su una bruschetta tra una chiacchera e una partitina a carte.
Ogg la raccolta avviene con l'ausilio di macchine specifiche che alleviano molto il lavoro, ma non è cambiato lo spirito festoso della raccolta cosi come l'attesa al frantoio caratterizzata dall'ansia e la curiosità di conoscere i risultati delle proprie fatiche.

Premettendo che l'oliva è un frutto dell'albero dell'ulivo.Parto dalle varietà delle olive.
La Gentile di Chieti è una varierà tipica della provincia di Chieti, sicuramente la più importante, diffusa in tutte le zone olivicole di questo territorio.
Negli anni passati ha rappresentato fino all'80 % delle varietà coltivate nella provincia; in seguito all' introduzione di varietà provenienti da altre regioni, tale percentuale si è notevolmente ridotta, ma tuttora la Gentile conserva una presenza rilevante.
E' molto apprezzata per la sua produttività media ed in genere costante; l'epoca di raccolta è medio-tardiva, e si colloca nella II e III decade di novembre; non si presta ad essere raccolta meccanicamente.
Per quanto riguarda le avversità parassitarie è suscettibile alla carie, al cicloconio ed alla verticillosi, mentre è resistente alla rogna. E' poco attaccata dalla mosca olearia e dalla tignola. E' una coltivazione autosterile con aborto ovarico intorno al 10 %: ha una buona risposta alla propagazione per talea autoradicata. E' una pianta rustica che si è adattata anche nelle zone interne, fino ad altitudine di 500 - 600 mt sul livello del mare, per la buona resistenza ai venti freddi e alle gelate.
Qualche nozione generale sulla raccolta.
Lavorare le olive è un’arte in tutte le sue fasi: dalla raccolta delle olive alla loro molitura, sino al poterne assaporare il gusto. L prima fase della produzione dell’olio extravergine d’oliva èla raccolta delle olive.
LE OLIVE
Il primo aspetto che bisogna prendere in considerazione è il tipo di oliva da raccogliere, in quanto in base a questa differenza cambiano sia la condizione in cui deve essere il frutto per essere raccolto che il periodo dell’anno in cui abitualmente esso viene considerato maturo. Per una buona raccolta di olive da olio è opportuno aspettare che il cambiamento del colore del frutto (la cosiddetta invaiatura) stia passando da verde a viola, questo perché rappresenta la fase di maturazione in cui all’interno dell’oliva è presente una maggiore quantità di olio e di sostanze fenoliche che daranno successivamente le qualità organolettiche e nutrizionali del prodotto finito.
Per quanto riguarda le olive da olio occorre fare un’ultima precisazione che  non si può assolutamente ignorare: non bisogna mai confondere una maggiore quantità di olio con la massima resa, in quanto quest’ultima si raggiunge nel momento in cui i frutti si disidratano.Aspettando questo momento è la qualità dell’olio a risentirne. L’olio di migliore qualità, invece, si ottiene nel lasso temporale in cui le olive si colorano dal verde al viola. Vi sono due modalità principali per la raccolta delle olive: la raccolta manuale e quella meccanica.

TECNICHE DI RACCOLTA MANUALE DELLE OLIVE
Ogni metodo di raccolta ha dei diversi effetti sul frutto e sul prodotto finale, per questo motivo è sempre meglio valutare con attenzione quale utilizzare in base alla propria necessità.Le principali tecniche di raccolta a mano sono: la bacchettatura o bacchiaturaè  un metodo molto antico le cui origini risalgono ai tempi dei miti e delle leggende e consiste nel “bacchettare” i rami dell’ulivo con dei bastoni in modo da fare cadere le olive,

queste vengono raccolte da delle reti poste per terra sotto la chioma degli alberi.





La brucatura consiste nel raccogliere le olive a mano direttamente dai rami. Ideale per le piante basse, ha il grande vantaggio di non danneggiare le olive ed è indicata per produrre oli di massima qualità in quanto tutti i frutti vengono selezionati a mano singolarmente. In questa tecnica meticolosa si utilizzano scale di vario tipo e altezza, rastrelli e pettini, così da controllare e vagliare lo stato di ogni singola oliva senza stressare i rami dell’albero. Questi sono mantenuti ad altezze particolari proprio per facilitare questo tipo di raccolto. la pettinatura come suggerito dal nome, i rami degli olivi vengono passati più e più volte da degli strumenti simili a dei pettini che staccano le olive. Queste vengono raccolte da delle reti attaccate direttamente sotto gli alberi come fossero degli ombrelli capovolti, e poi selezionate con cura e separate dal fogliame e dai pezzetti di rami staccati inavvertitamente. La controindicazione di questo metodo sta nel fatto che i frutti rischiano di essere danneggiati molto facilmente dai pettini e che, quindi, richiede una seconda fase di lavoro di cernita e selezione. la raccattatura altro non è che la raccolta dal terreno delle olive mature che in modo completamente naturale si sono staccate dai rami. Questo metodo è altamente sconsigliato, in quanto i frutti raccolti sono già eccessivamente maturi e quindi non contengono una quantità di olio sufficiente alle necessità di produzione. Inoltre quando l’oliva è troppo matura rischia di marcire e di essere contaminata da batteri e muffe, elementi esterni che se non prontamente rimossi si propagano facilmente in tutto ciò che è stato raccolto. Questo metodo non è indicato per la produzione di oli di qualità. la scrollatura simile alla raccattatura la scrollatura è un metodo che appartiene già a quelli considerati meccanici. Nella scrollatura le olive vengono raccolte grazie a dei bracci meccanici che avvolgono il tronco o i rami dell’albero percuotendoli in modo blando e contenuto così da favorire la caduta dei frutti. Grazie a questa tecnica la qualità del prodotto non viene sensibilmente inficiata, in quanto questi strumenti sono dotati di strutture simili a ombrelli rovesciati pronti a favorire la raccolta.
TECNICHE DI RACCOLTA MECCANICA DELLE OLIVE
Con lo sviluppo della tecnologia sono sempre più comuni i metodi di raccolta delle olive che prevedono l’utilizzo di strumenti meccanici, i quali in maniera automatica simulano le principali tecniche di raccolta manuali.Negli ultimi anni si è, inoltre, sempre più diffuso l’impiego di pettini pneumatici, che permettono una raccolta più accurata e attenta. In conclusione si può affermare che una tecnica meccanizzata indubbiamente dà una quantità maggiore di produzione, in quanto sfrutta la forza e la resistenza degli strumenti, ma richiede molta attenzione nella fase di raccolta e selezione dei frutti, soprattutto se si vuole produrre un olio extravergine d’oliva di grande qualità.

mercoledì 30 gennaio 2019

Crespelle all'arancia con spinaci e stracchino

E' stato amore a primo assaggio! quanto mi sono piaciute! davvero delicate, squisite, perfette.
Anche la ricetta della crespella è molto valida. Un piatto da ripetere ogni volta che si hanno voglia di coccole o un pranzo o cena da far bella figura.  La ricetta è di Paola Rovetto, una cara amica di Cucina Italiana.

Crespelle all'arancia con spinaci e stracchino
(x 4 p)

Ingredienti

Crespelle

250 gr latte
125 gr farina bianca
2 uova
un'arancia
prezzemolo
burro
sale

Farcia e salsa

500 gr latte
300 gr spinaci lessati e strizzati
300 gr stracchino
40 gr farina bianca
40 gr burro
40 gr parmigiano grattugiato
un'arancia
sale
pepe

Preparare le crespelle mescolando la farina con il latte, il burro sciolto in una padellina (diam. 18) e le uova. Insaporire con la scorzetta grattugiata di mezza arancia, un cucchiaino di prezzemolo tritato, sale. Scaldate la padellina usata per il burro e cuocetevi a mestolini l'impasto, ottenendo 12 crespelle. Spalmatele con 250 gr di stracchino lavorato con sale, pepe e scorzetta grattugiata d'arancia, su ognuna  mettete un cucchiaio di spinaci e piegatele a fazzoletto. Con il burro, la farina e il latte preparate una besciamella. Mettete le crespelle in una pirofila, salsatele con la besciamella, completate con fiocchetti di stracchino e burro, cospargete  di parmigiano, gratinate quindi servire.




giovedì 17 gennaio 2019

Risotto al melograno e speck in cestino di parmigiano

Questo risotto l'ho servito per la cena dell'ultimo dell'anno. Mi ispiravano i chicchi di melograno come buon augurio (oltre ad adorarlo), per renderlo più "elegante" ho pensato di servirlo in un cestino di grana. Mi sono avvalsa di tutti i consigli del vecchio forum di Cucina Italiana, perchè avevo già provato altre volte, ma il cestino prendeva sempre un poco il sapore di bruciato. Poi ho letto, non ricordo chi l'avesse scritto, che prendendo del parmigiano grattugiato grosso e posizionandolo su di una carta forno e messo in forno a 130 140 gradi, anzichè su un padellino come solito, quando inizia a sciogliersi lo si  estrae, non cambia  sapore. E così è stato. E' stato davvero un piatto gradevolissimo con una presentazione insolita.
Ottimo anche l'abbinamento speck melograno.

Risotto al melograno e speck
(x 4 persone)

Ingredienti

parmigiano grattugiato
280 gr riso
1 cipolla bianca di circa 120 gr
20 gr olio oliva
50 gr speck 
un bicchiere di vino bianco
1,5 l brodo vegetale
1 melograno circa 450 gr
10 gr burro
10 gr parmigiano grattato
sale
pepe bianco

Per i cestini: prendere due cucchiai di parmigiano, metterli su fogli di carta forno e in forno 140 gradi per pochi minuti


Appena inizia a sciogliere, quando si vede che è omogeneo, torglierlo dal forno e metterlo su di una ciotola per modellarlo

farli raffreddare completamente prima di rimuoverli. Io li ho messi in una tazza divisi da carta forno, sigillati con pellicola. Li ho tirati fuori al momento di impiattare. Avevo timore che si sciogliessero subito, invece anche i due che avevo omesso di congelare, non si sono sciolti.
Per il riso:
ricavare i chicchi del melograno, cercando di eliminare i filamenti. Tritare la cipolla e farla stufare dolcemente nell'olio. Aggiungere due mestoli di acqua e lasciar asciugare a fuoco dolce. Unire lo speck a dadini minuscoli e far insaporire per qualche istante. Calare il riso nel fondo di cipolla e speck, tostarlo per un paio di minuti a fuoco vivace, rigirandolo continuamente con un cucchiaio di legno. Versare il vino bianco e far evaporare.
Portare a cottura il risotto con aggiunta di brodo di verdura bollente e ben salato. Qualche minuto prima di togliere il tegame dal fuoco, unire i chicchi di melograno. Spegnere il fuoco, insaporire con una macinata di pepe e mantecare con il burro e con il parmigiano.